Ancora su "Soffrente Scriba. D'Annunzio e il suo Notturno" - Il libro di Franco Manzoni e Marco Sbrana
Manzoni e Sbrana leggono il Notturno come scrittura che tiene in vita chi la produce. Ma la lingua del Vate non si spegne: si guasta a intermittenza, e negli intervalli il superuomo resiste.
Un uomo che aveva vissuto per essere guardato si ritrova a scrivere dove nessuno può vederlo. Nel gennaio 1916 l'idrovolante urta l'acqua, Gabriele D'Annunzio sbatte il capo, perde l'occhio destro e riceve dai medici una prescrizione di immobilità quasi assoluta, con una fasciatura su entrambi gli occhi. Nella Casetta Rossa di Venezia, supino, al buio, senza poter rileggere una parola, si fa dare strisce di carta larghe quanto una riga, sulle quali la mano non può perdersi. Ne riempirà circa diecimila, e sarà la figlia a raccoglierle e trascriverle. Franco Manzoni e Marco Sbrana partono di lì per chiedersi che cosa diventi la scrittura quando è tutto ciò che resta.
Nel Notturno, sostengono, scrivere smette di essere il modo in cui il poeta abbellisce la propria vita e diventa difesa dal pericolo della follia, mezzo di resistenza. La tesi ha un bersaglio. Per un secolo quelle pagine sono state archiviate come il canto del cigno di un invalido, l'opera minore di chi non aveva più versi da cantare. Manzoni e Sbrana rispondono che si tratta invece di un animale mai visto nella fauna dannunziana. Prendono di petto anche la direzione opposta, quella di Gianni Oliva, che rintraccia la malinconia lungo l'intera opera dannunziana. Se il dolore fosse sempre stato lì, l'infermità non avrebbe cambiato nulla. Per loro cambia tutto, e proprio in quella frattura nasce il Notturno.
Per trent'anni la parola era servita a costruire una leggenda, ora serve a impedire che un uomo si disfi. Quando gli autori accostano quelle pagine a Beckett non stanno collocando D'Annunzio in una cronologia, e lo dicono chiaramente, rifiutando qualsiasi albero genealogico. Stanno prendendo in prestito da Beckett una formula: i mezzi per significare non ci sono, resta il dovere di significare. Nel corpo affaticato, dove perfino inghiottire costa fatica, germoglia il bisogno di esprimere. Il significare cresce nello stesso terreno che sta cedendo, con la stessa urgenza della sete e del respiro corto. Non scende sul malato dall'alto. Un corpo che si disfa continua a fare le cose che sa fare. Il dovere di dire non è una scelta morale del convalescente. È la parte di lui che non ha ancora ceduto.
Per un secolo
le pagine del Notturno
sono state archiviate
come il canto del cigno di un invalido,
Manzoni e Sbrana
rispondono che si tratta invece
di un animale mai visto
nella fauna dannunziana.
Quanto costi perderlo, il Notturno lo mostra in un delirio. Al cieco appare lo scultore Vincenzo Gemito negli anni della sua follia: la malattia gli ha tolto, sono parole del libro, «la potenza di creare». Manzoni e Sbrana la chiamano l'unica morte di un artista raccontata in quelle pagine, e hanno ragione a insisterci. Gli altri morti hanno perso la vita, Gemito ha perso l'arte e continua a vivere. D'Annunzio lo guarda dall'inferno del proprio occhio bendato e vede il rischio che corre.
Contro quel rischio agiscono i caduti. Intorno al capezzale tornano i camerati, Giuseppe Miraglia sopra tutti. Sono apparizioni che non consolano: obbligano. Sono loro a trattenere il poeta dal suicidio e a imporgli di scrivere per eternarli ed eternarsi. Il mandato, quindi, viene da fuori. E deve tornare spesso, perché la tentazione opposta non se ne va mai del tutto. Il Notturno domanda quando la madre lo riporrà nel suo focolare per consumarlo, e la casa materna è il luogo dove non si ha più nulla da significare. Fra il dovere di durare e il desiderio di smettere il libro non sceglie: convivono nello stesso uomo per tutta la convalescenza. I morti impongono, i vivi rendono possibile. Notturno deve tutto a Renata, scrivono gli autori. È la figlia a preparare le strisce, a raccoglierle, a ridare movimento alle mani del padre quando si accosta al capezzale.
Nelle stesse pagine in cui fissano la tesi il dolore entra senza sublimazione e il Vate, in fondo in fondo, si gode l'orrore. Le due cose non stanno insieme. Il suo biografo Maurizio Serra documenta le cinque settimane in cui D'Annunzio, ferito, continua a volare senza consultare un medico competente, e parla di disastro corteggiato. Ai tempi di Primo Vere la morte l'aveva addirittura inscenata. Ora l'incidente aggiunge un episodio a un'esistenza concepita come capolavoro. Alfredo Gargiulo se n'era accorto per primo: rimproverava al Notturno divagazioni e corpi estranei di origine musicale, cioè costruzione a effetto. Manzoni e Sbrana rispondono che gli eccessi impressionistici sono compensati dalla matericità. L'effetto viene assolto, mai negato.
Superamento di sé,
nichilismo attivo,
libertà trasformativa
del fanciullo: la definizione
di superomismo
è precisa
Nel Notturno la lingua che aveva costruito la leggenda continua a lavorare: una tomba diventa il segno dell'estremo coraggio, la figlia diventa Sirenetta, Venezia una città bagnata dal Lete. Sono le stesse operazioni di sempre, compiute però in una stanza chiusa, davanti a nessuno. Il poeta trasfigura ancora. Solo che prima trasfigurava per mitizzarsi e adesso lo fa per non cedere. Manzoni e Sbrana sostengono che qui D'Annunzio raggiunge lo stadio uomo, e che il realmente eroico coincide con il realmente umano: non un poeta che continua a lavorare di metafora, ma un uomo che finalmente smette. Hanno ragione più di quanto la mia obiezione conceda. Ci sono pagine in cui la trasfigurazione non avviene: il corpo dell'amico morto è descritto come lo descriverebbe un referto, e l'acqua che finalmente gli lasciano bere resta acqua, senza diventare pioggia nel pineto. Ora, finalmente, non sempre ma talora, la lingua si ferma e rimane un uomo che constata quello che gli accade. Solo che poi riparte, e lo stesso morto che era stato un elenco di ferite torna a essere un emblema. Nessuna delle due letture regge da sola. La lingua di D'Annunzio non finisce e non tiene: si guasta a intermittenza, e negli intervalli compare quello che trent'anni di leggenda avevano coperto.
Superamento di sé, nichilismo attivo, libertà trasformativa del fanciullo: la definizione di superomismo che il volume costruisce è precisa, e sopravvive a chi la adopera. Perché il letto veneziano la soddisfa meglio di qualunque impresa precedente. Volare su Trieste chiedeva coraggio e un motore; dare forma a ciò che ti sta disfacendo, al buio, una riga per volta, è il superamento di sé che quella definizione descrive. Manzoni e Sbrana hanno tolto il Notturno dallo scaffale dei diari di convalescenza dove era stato messo e gli hanno restituito la statura di un'opera. Poi si sono fermati un passo prima del punto in cui i loro stessi strumenti portavano. Negli intervalli della leggenda non compare la resa di un vecchio poeta. C'è un uomo impegnato nell'unica impresa ancora disponibile, che consiste nel durare abbastanza da scriverla.
SCHEDA LIBRO
Titolo: Soffrente scriba. D’annunzio e il suo Notturno
Autori: Franco Manzoni, Marco Sbrana
Prefazione: Emilio Zucchi
Collana: L’Arco di Ulisse
Editore: Algra Editore
Anno: 2026
Pagine: 77
Prezzo: € 10,00
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