CANE SCIOLTO - La lettura di Adriano Minardi Ruspi, su "Un libro tira l'altro"
Cane sciolto. Il nero muove e perde di Miro Renzaglia è un viaggio generazionale, un déjà-vu della memoria che, probabilmente, solo la generazione che ha vissuto e partecipato al tumulto degli anni Settanta può comprendere fino in fondo.
È una storia — quella di un ragazzo qualsiasi degli anni Settanta — e insieme un’indagine psicologica su un «tipo» umano. Quasi non richiede un personaggio principale o specifico, né un nome, perché si riconosce per tipologia: quella di un’intera generazione di ragazzi giovanissimi che, all’interno del movimento degli anni Settanta, hanno sposato un’idea di militanza politica radicale e totalizzante, portandola fino alle estreme conseguenze, con modalità spesso simili che annullavano le differenze tra destra e sinistra, saldando gli opposti radicalismi in un’identica gestione della vita militante.
La lettura di Cane sciolto.
è un vero e proprio
colpo al cuore
In quel contesto fuggire dall’idea che «tutto è politica» era estremamente difficile. Rifiutare quella logica perversa condannava spesso all’isolamento sociale: se tutto era politico e i giovani vivevano immersi in quel mood, cercare contesti diversi, "normali", somigliava a una fuga dalla realtà, a un volontario esilio personale.
Per molti, la lettura di Cane sciolto. Il nero muove e perde, tutta d’un fiato, rappresenterà un vero e proprio colpo al cuore(per chi scrive è stato così…) perché rimanda a vissuti individuali molto precisi, datati, che il passare del tempo rende più sfumati, ma sempre percepibili.
La storia del protagonista è la storia di una generazione, di un mondo di adolescenti catapultato in un gioco più grande, neppure completamente gestito in modo autonomo. Il nostro personaggio lo fa a destra, in un ambiente di sconfitti, di reietti, testimoni viventi di una sconfitta che quell’ambiente, quel mondo, aveva vissuto vent’anni o trent’anni prima.
Il protagonista non è un militante classico,
"intruppato" e fedele alle logiche di partito
o di schieramento.
Il protagonista sceglie la destra dopo aver vissuto, come capitato a molti, un’occasione di scontro in cui si schiera d’istinto oppure perché, semplicemente, per un adolescente era (ed è) molto più facile raccogliere la bandiera di chi ha perso rispetto a quella di chi ha già vinto e sta ancora vincendo. Un atteggiamento puramente istintivo, con dentro anche il gusto di sentirsi minoranza e il gusto della sfida nei confronti del mondo.
Lui lo fa in maniera estremamente autonoma, con grande indipendenza di giudizio. Non è un militante classico, «intruppato» e fedele alle logiche di partito o di schieramento. Quelle logiche le contesta con i comportamenti e finisce per irriderle, come quando si permette di mettere in discussione, davanti a militanti più allineati, i mostri sacri della cultura della destra radicale di quel periodo. Ogni volta prova il senso della sfida nel rinnovare la propria autonomia.
Il nostro è il tipo umano dell’anarchico individualista di destra — di cui è gonfia la storia di quegli anni — che, con buone letture alle spalle e capacità di discernimento, sceglie di non intrupparsi nella logica militaresca della guerra civile di quel periodo e decide di combattere la sua guerra personale in modo del tutto autonomo, colpendo solo gli obiettivi che ritiene importanti.
Sono personaggi e caratterizzazioni
psicologiche che chi ha vissuto
quegli anni ha ben conosciuto
Vive in una latitanza pressoché totale, in un isolamento assoluto dal mondo, utilizzando le rapine per vivere e coltivando quella mentalità da cane sciolto, ancorché braccato, che gli consente di andare avanti e alimentare il proprio fuoco interiore.
Col tempo, l’impegno politico passa in secondo piano rispetto alla sua vera missione: affermare sé stesso come individuo e ribadire la propria presenza nel mondo.
Sono personaggi e caratterizzazioni psicologiche che chi ha vissuto quegli anni ha ben conosciuto e che si ritrovano in tante conoscenze personali, in tante vite vissute in quel periodo, paradossalmente presenti dall’una e dall’altra parte.
In questo senso il libro è davvero un colpo al cuore che, nel più classico dei flashback, rimanda a storie e a mondi non ancora del tutto sfioriti nella memoria, richiamati dalla lettura.
Cane sciolto si fa testimone
di un inquieto modo
di stare al mondo
Volti, nomi e vite pazze vissute tra marginalità e delirio di sé: esistenze indirizzate al nulla e al nichilismo praticato, tra volontà di cambiare il mondo e senso di vendetta per le sconfitte della storia.
L’aggancio a una vita normale, rassicurante, passa per l’amore, antico ma persistente, per una ragazza del tutto estranea alle pulsioni del nostro. È un amore reciproco e coraggioso che porta il personaggio a escludere l’amata dalla propria vita, per pura (e inconsapevole) volontà di preservarle quella normalità a cui lui non sapeva, o non voleva, tendere.
Cane sciolto si fa dunque testimonianza non solo di una generazione, ma anche di un inquieto modo di stare al mondo, dove la ricerca di senso si incrocia con il bisogno di lasciare un segno, anche se fragile e contraddittorio.
Il romanzo, con la sua narrazione intensa e i continui rimandi alla partita a scacchi, ricorda che ogni scelta, anche la più dolorosa, entra in una strategia esistenziale: spesso conduce a una consapevolezza più acuta della propria solitudine. Eppure, proprio in questa solitudine, tra i fantasmi della memoria e le ferite mai rimarginate, il protagonista trova la forza di continuare a muoversi, ostinato e fedele a sé stesso, in un mondo che non concede certezze e dove la normalità resta un miraggio lontano.
La narrazione si chiude lasciando il lettore sospeso tra il ricordo e il presente, consapevole che, come dice un vecchio proverbio italiano, «chi va piano va sano e va lontano». Chi corre controcorrente, forse, incontra un destino diverso, più intenso, più vero, seppur segnato dall’ombra della sconfitta.
Il senso di alienazione che permea l’esistenza del protagonista si riflette non solo nelle sue scelte estreme, ma anche nella costante ricerca di un equilibrio impossibile tra il desiderio di appartenenza e la necessità di conservare la propria unicità, quasi fosse una partita a scacchi in cui ogni mossa comporta la rinuncia a un pezzo di sé.
In questo scenario,
il romanzo assume la forza
di un percorso iniziatico
In questo scenario, il romanzo assume la forza di un percorso iniziatico, dove la lotta interiore si trasforma in azione concreta e ogni scelta diventa un gesto irrevocabile, sospeso tra la fedeltà a un passato irrisolto e la volontà di riscrivere le proprie regole, in uno spazio esistenziale che non concede tregua né redenzione.
Cane sciolto. Il nero muove e perde si distingue per la capacità di coinvolgere il lettore, a prescindere da eventuali esperienze personali relative al periodo trattato, e per l’elevata qualità stilistica. L’autore riesce a esprimere con efficacia il tormento interiore del protagonista, spesso attraverso passaggi che richiedono una rilettura attenta e stimolano la riflessione. La narrazione mette in evidenza la complessità psicologica del personaggio, che si contrappone alla linearità della sua vita e dei suoi comportamenti.
Una vita pressoché normale di un latitante, che passa dai cambi di domicilio per sfuggire alla cattura alla presenza costante — sempre autonoma e senza padroni — in tutte le forme di lotta e di manifestazione di quel periodo.
Quei ragazzi si sono sentiti
quasi obbligati a combattere
quella guerra in tempo di pace
Nella logica di quegli anni, che rende particolarmente amaro il racconto, pesa poi la circostanza che spinge il protagonista all’omicidio: la volontà di vendicare la morte di chi, come lui, quella guerra civile l’aveva subita nella carne e negli affetti e si sentiva obbligato a reinterpretarla, in una coazione a ripetere indotta da una memoria che non lasciava spazio a nulla, se non all’azione.
Molti di quei ragazzi si sono sentiti quasi obbligati, per tradizione familiare oltre che per vicinanza personale, a combattere quella guerra in tempo di pace, come se proseguire su un terreno di pura violenza o nichilismo rappresentasse la migliore — quando non l’unica — possibilità di mantenere vivo un patrimonio ideale.
Un romanzo, un colpo al cuore, che meriterebbe un’ampia diffusione e anche la trasposizione in un linguaggio artistico ulteriore rispetto alla semplice scrittura, perché offre un punto di vista forse crudo e certamente radicale, capace di sfuggire a qualunque moralismo rispetto a quegli anni e ai protagonisti di quella generazione.
La memoria ha bisogno anche di questo, se praticata correttamente: niente indulgenze individuali o collettive, niente moralismi pelosi.
– Adriano Minardi Ruspi

𝗦𝗰𝗵𝗲𝗱𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗿𝗼
𝗧𝗶𝘁𝗼𝗹𝗼: Cane sciolto. Il nero muove e perde
𝗔𝘂𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲: Miro Renzaglia
𝗘𝗱𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲:Passaggio al bosco
𝗔𝗻𝗻𝗼: 2021
𝗣𝗮𝗴.: 162
𝗣𝗿𝗲𝘇𝘇𝗼: € 9,50
𝗔𝗰𝗾𝘂𝗶𝘀𝘁𝗮: QUI