Cani e potere - Come sono diventato un criminale
Le dure regole che disciplinano il rapporto fra uomo, cane e decoro urbano.
Che cosa pensano i padroni dei cani quando portano a spasso il loro amico a quattro zampe non lo so. Posso dire quello che penso io quando talvolta faccio da dog sitter al cane di mia figlia, un bassottino cui mi sono affezionato. Penso al potere e a come il potere, attraverso la coercizione di ogni naturale movimento canino, possa agire come una minaccia aleggiante sulla testa del padrone e a come possa volontariamente trasformarlo in un criminale per meglio sottometterlo. Penso a questa metafora che mi sembra calzante.
Il potere, attraverso la sua burocrazia invadente, le sue leggi intricate e contraddittorie, agisce sull’individuo (nello specifico su chi porta a spasso il suo cane) generando in lui una paura cui deve sottostare e creandogli intorno un ambiente che lo costringe, contro la sua volontà, a delinquere e ad avere timore, in ogni luogo, di venire scoperto e sanzionato. Il cittadino, trasformato in fuorilegge, ha solo due vie per sfuggire a questo ricatto: sottomettersi, consapevole che nulla può fare per ribellarsi a questo stato di cose, data la sproporzione di forze, o intraprendere la via del crimine.
Per spiegare come questo avvenga, descriverò le regole che sono state introdotte nel mio paese che si rifanno a indicazioni che, sempre più spesso, vengono adottate in molti comuni d’Italia, visto il proliferare del numero di animali domestici e vista l’inciviltà di molti dei loro proprietari. Tutto è iniziato in maniera morbida e condivisibile. La possibilità di individuare con microchip, la cui versione precedente era il tatuaggio (e qui un brivido mi corre lungo tutta la colonna vertebrale) e l’istituzione di un’anagrafe canina e di un libretto sanitario hanno una loro ragion d’essere nella tutela del cane e della sua salute. Lo stesso vale per l’istituzione dell’obbligo di raccogliere le sue feci (deiezioni solide nel gergo burocratico che già nei suoi modi di dire tenta di spaventare l’ignaro cittadino), per evitare che le strade si trasformino in una latrina a cielo aperto.
Una minaccia
aleggia sulla
testa del
padrone.
Poi però (ed è quello che è capitato a me a più riprese) vieni fermato dalle guardie cinofile che ti impartiscono una reprimenda perché, pur essendo tutto in regola (microchip, libretto sanitario, iscrizione all’anagrafe canina, sacchetti per la raccolta della cacca (alla faccia delle deiezioni solide)), non hai con te la museruola. Sì, perché, anche se il cane è innocuo, potrebbe, in situazioni di disagio o stress, mordere qualcuno (anche se io ho un’assicurazione che è pronta a risarcire chi eventualmente venisse morso). Non deve essere indossata dal cane ma bisogna averla al seguito. Così ho comprato una piccola museruola di stoffa che fa bella mostra di sé attaccata al guinzaglio.
Poi però vengo fermato un’altra volta e redarguito perché sono in possesso di un guinzaglio estendibile che arriva a tre metri, mentre il cane va portato sì al guinzaglio ma al “guinzaglio corto”, vicino alla gamba del padrone tanto da sembrare una sua propaggine. Quest’anno poi è stata emanata una nuova direttiva che obbliga i padroni a munirsi di contenitore d’acqua con spruzzino o senza (non viene specificato) per ripulire le deiezioni liquide (la pipì del cane per noi criminali). E anche questo nuovo obbligo ha un suo senso perché i cani sono tanti e la loro urina è corrosiva. Così adesso esco con un contenitore a spruzzo con acqua (anche se io penso che debba essere indicata una sostanza disinfettante e la sua diluizione per non rendere risibile l’operazione) e, andando in giro per il paese, sopporto i risolini divertiti dei passanti perché sono l’unico che si è premunito di dare seguito a questo obbligo.
La stessa direttiva però vieta al cane di prodursi nelle sue espulsioni liquide in prossimità dei negozi (gli ingressi e le vetrine dei negozi), dei portoni di abitazioni private, sulle ruote delle auto. Quindi io teoricamente non posso ripulire la pipì del mio cane ma gli devo vietare di espletare le sue funzioni. Si dà il caso che per andare in un bar dove bevo il caffè io debba percorrere duecento metri a piedi oltrepassando ininterrottamente portoni di case private, ingressi di negozi e vetrine, una fila ininterrotta di auto. Questo mi impedisce, se non voglio essere sanzionato, di portare il cane a spasso in paese se non facendogli indossare un pannolino.
I cani sono
tanti e la loro
orina è
corrosiva.
Ho così optato per un piccolo parco pubblico che dista anch’esso poco meno di duecento metri da casa mia e che ha al suo interno un’area dedicata per i cani (un fazzoletto miserrimo di terreno polveroso d’estate, fangoso d’inverno che somiglia più a un lager che a una zona in cui un cane possa dirsi felice). Tant’è che ho cominciato a portarlo in questa zona ma ho scoperto, leggendo il Regolamento Urbano del Comune, che è vietato far defecare e urinare i cani ad una distanza inferiore ai cento metri dalle zone attrezzate a parco giochi per i bambini. Il parco, dalle dimensioni rilevate dalla mappa del catasto urbano, è lungo 400 metri e largo 100 metri e ha tre ingressi principali che distano meno di cento metri dalla zona parco giochi bambini. Io, di nuovo, sono costretto a infrangere il regolamento comunale per permettere al cane l’accesso all’area dedicata.
La scelta di andarmene sulla collina, parco regionale, che si trova alle spalle del mio comune, non risolve il problema perché anche lì non posso liberare il cane dal guinzaglio perché le regole del Parco lo vietano e oltretutto rischia di essere investito dai ciclisti che sfrecciano negli sterrati come degli indemoniati.
Qualcuno a questo punto dirà che molto è stato fatto per assicurare un’integrazione con la vita civile agli animali e che non posso lamentarmi: ad esempio, la possibilità di viaggiare in cabina d’aereo con il proprio padrone. Ma chi ha sperimentato ad esempio il trattamento riservato ai cani (che pagano regolarmente il loro biglietto) sui treni ad alta velocità sa che la discriminazione è fortissima. Come nelle spiagge o nei luoghi detti ipocritamente “dog friendly” che si configurano come l’attuazione di un’apartheid svilente quando, è il caso di annotarlo, il comportamento di molti considerati umani, la puzza che emanano e la sporcizia che lasciano come una scia prepotente del loro passaggio sono sicuramente di molto superiori a quelli di tutti i quadrupedi in questione.
Il probo
cittadino
piega il capo
e si sottomette
impaurito.
Tutto ciò per sondare, in un terreno diverso dal solito, il potere mefitico che si esplicita attraverso l’ottusità burocratica che si pasce di regole impossibili da rispettare e di leggi stratificate, in contraddizione tra loro e che ti costringono a non rispettarle trasformandoti in un fuorilegge che per definizione è una persona che vive violando le regole della società. Proprio su questa stratificazione contraddittoria si fonda il potere della casta dei burocrati. Un meandro inestricabile che genera nell’individuo la paura di non essere in regola perché consapevole delle sue mancanze che non possono peraltro essere colmate perché è impossibile farlo.
È su questa paura che le strade si biforcano. Da un lato il probo cittadino piega il capo e si sottomette impaurito, consapevole che da un momento all’altro può essere sanzionato. Dall’altro c’è il fuorilegge che sfida più o meno apertamente i diktat di questo potere ottuso e che viene espulso o messo ai margini; comunque viene messo nelle condizioni di non nuocere, colpendolo con sanzioni che lo impoveriscono o con il carcere che lo estromette dalla vita di comunità. Tutto questo, come al solito, “per il nostro bene” e per “il bene della comunità”. La paura come arma di sottomissione.
Io, che sono un codardo, mi piego a tutto questo, ma spero in una coraggiosa rivolta dei cani (non dei maiali perché Orwell ci ha insegnato come va a finire) che riesca una volta per tutte a mettere la museruola ai miserabili burocrati che si credono onnipotenti, ridando dignità a tutti quegli animali selvatici e non, che sono messi ai margini da una sempre più invasiva presenza antropica che li ha scippati di tutti i luoghi dove dovrebbero vivere in pace e senza umani tra i piedi. Se pensate che esistono in tutta Italia 3500 lupi, derubati di tutti i territori dove potrebbero vivere, contro 58 milioni di umani, capite meglio cosa voglio sostenere. Bau!
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