DOPO ORBÁN. VIETATO CANTARE VITTORIA. IL SOLE NON SORGE UN MINUTO DOPO LA MEZZANOTTE...
Péter Magyar ha fatto cadere il capofila degli euroscettici interni, ma Bruxelles adesso deve smettere di tremare e dimostrare di sapersi prendere la vittoria che gli ungheresi le hanno consegnato
Sul Danubio me la immagino così: la notte ancora addosso, le bandiere europee mischiate a quelle ungheresi, il fiato corto di chi ha passato anni a sentirsi dire che l’Ungheria era proprietà privata di Orbán e all’improvviso vede il castello aprirsi da una crepa. Il 12 aprile non è caduto soltanto un governo. È caduto il più efficace sabotatore internodell’Unione, il capofila di quella destra che prende soldi, mercato, protezione giuridica e peso geopolitico dall’UE, poi usa tutto questo per svuotarla dall’interno. Questa è la notizia vera. Péter Magyar ha vinto, Viktor Orbán ha ammesso la sconfitta, e con lui ha perso una delle teste politiche più utili a Mosca e al blocco trumpiano in Europa.
Io però non ho nessuna intenzione di passare dalla rabbia alla favola. Le favole fanno danni quanto gli idoli. Magyar non arriva come un santo liberale sceso dal cielo di Bruxelles. Arriva da destra, parla il linguaggio della nazione, tiene aperta una linea di prudenza sull’ingresso rapido dell’Ucraina nell’Unione, promette rapporti pragmatici con la Russia finché l’energia ungherese resterà legata ai rubinetti costruiti in questi anni. Chi racconta il voto come una conversione improvvisa dell’Ungheria al catechismo europeista sta già preparando la prossima delusione. Qui non c’è una redenzione. C’è uno spostamento di asse: dal sabotaggio sistematico alla trattativa aperta sì, ma che necessita di verifiche anche dure. E per l’Europa, credimi, è già molto ma non ancora moltissimo.
L’Europa ha un vizio antico:
arriva tardi, parla basso,
si vergogna della propria forza
e poi si stupisce se i suoi nemici
la trattano come una cassaforte da svaligiare
Per sedici anni Orbán ha fatto una cosa sola con una disciplina feroce: ha mostrato a tutte le destre illiberali del continente che si può stare nell’Unione come si sta dentro una casa da cui si prende luce, acqua e riparo mentre si sega il trave maestro del tetto. Ha bloccato aiuti a Kyiv, ha rallentato sanzioni, ha usato il veto come randello. Ha trasformato la sovranità in un paravento per tenere insieme potere, fedeltà, propaganda e denaro. Intorno a lui si sono raccolti il Cremlino, felice di avere dentro l’UE un uomo pronto a incepparne la linea, e il mondo MAGA. In Orbán hanno visto il prototipo europeo della destra che odia Bruxelles e sogna un continente scomposto, impotente, ricattabile. La sua caduta, da sola, non rimette in piedi l’Europa. Però le toglie dal fianco un ferro che per anni ha scavato con metodo.
Adesso viene la parte che mi interessa davvero. Non il requiem per Fidesz. Il conto presentato a Bruxelles. Perché l’Europa ha un vizio antico: arriva tardi, parla basso, si vergogna della propria forza e poi si stupisce se i suoi nemici la trattano come una cassaforte da svaligiare. In Ungheria si apre una finestra concreta: riforma della giustizia, libertà dei media, anticorruzione, possibile sblocco di circa 18 miliardi di fondi congelati, disgelo sul rapporto politico con l’Unione, fine del veto automatico come arma identitaria. Questa finestra va usata con freddezza e con spietata oculatezza. Nessun assegno in bianco a Magyar. Nessun romanticismo post-elettorale. Soldi, tempi, verifiche, condizioni, risultati. L’UE fa bene quando smette di chiedere permesso e ricorda che i propri fondi non servono a nutrire i sabotatori ma a rafforzare uno spazio politico comune.
Adesso tocca a Bruxelles
accelerare verso più unità politica,
più capacità strategica, più coerenza
tra fondi, regole e potere.
Il gesto che mi viene, stavolta, è semplice: prendere il ritratto politico di Orbán e girarlo contro il muro. Non strapparlo. Non serve il teatro. Basta togliergli la scena. Per troppo tempo ci hanno detto che l’Europa doveva rassegnarsi, che i suoi nemici interni erano inevitabili, che ogni colpo sferrato dall’interno fosse il prezzo naturale della democrazia. Sciocchezze. Il voto ungherese dice una cosa più secca: anche i sistemi costruiti per durare possono rompersi, anche il cinismo organizzato può perdere, anche il capofila degli euroscettici può finire a terra. Adesso però tocca all’Europa meritarsi questo varco. Tocca a Bruxelles accelerare verso più unità politica, più capacità strategica, più coerenza tra fondi, regole e potere. Perché il problema ungherese non era solo Orbán. Era anche un’Unione troppo lenta nel capire che chi la usa contro se stessa va fermato in tempo. Gli ungheresi hanno aperto la porta. Io voglio vedere se l’Europa ha ancora il coraggio di attraversarla.
— Aristea