Il pieno costa troppo. Il rincaro viaggia più veloce della merce - Le proteste del Sud
Camion fermi e caro gasolio: il rincaro può pesare sui margini delle imprese o arrivare ai prezzi. Conta quanto e quando arrivano gli aiuti al tavolo del 20 ottobre.
Nei porti della Sicilia i semirimorchi restano nei piazzali: gli autotrasportatori aderenti al fermo non li ritirano. La protesta contro il caro gasolio attraversa anche Calabria e Puglia, con presidi e rallentamenti. Il problema raggiunge chi aspetta una consegna e chi deve vendere prodotti freschi. Il costo del carburante può arrivare anche a chi non possiede un’automobile: una parte di ciò che compra viaggia sul camion di qualcun altro.
Un mezzo che consumi 30 litri ogni cento chilometri, su un percorso di mille chilometri, ne utilizza 300. Un rincaro di 40 centesimi al litro comporta 120 euro di esborso aggiuntivo per quel viaggio, prima di considerare recuperi fiscali e aiuti. Il consumo reale cambia con carico e percorso; il principio resta. Se il compenso del trasporto non si adegua, quei soldi vengono tolti dal margine dell’impresa.
Trasferire l’aumento al committente dipende dal contratto e dalla forza di chi tratta. Se il trasportatore ottiene un adeguamento, il rincaro entra nei costi di chi vende la merce e può arrivare al consumatore. Non esiste una percentuale uguale per tutti i prodotti: incidono distanza, carico, valore della merce e concorrenza. Il rincaro del gasolio può comprimere i margini lungo la filiera oppure tradursi in prezzi più alti.
Il problema
raggiunge
chi aspetta una
consegna e chi
deve vendere
prodotti freschi.
Le categorie chiedono interventi sui costi e disponibilità effettiva dei contributi. Fra le ragioni della mobilitazione figurano 440 milioni di aiuti annunciati a maggio e denunciati come ancora non arrivati. La distanza fra somme stanziate, benefici riconosciuti ed erogazioni è una parte decisiva della vertenza. Per un’impresa conta la liquidità disponibile: il carburante va acquistato mentre si aspetta che la pratica faccia il suo percorso.
Fermare i mezzi rende evidente questa difficoltà e ne distribuisce il costo anche ad altri. Una consegna rinviata può diventare una vendita persa; per i prodotti deperibili può significare merce da buttare. Le responsabilità vanno però ricostruite: ai disagi dell’autotrasporto si sono sovrapposti quelli del blocco degli operai dell’ex Ilva davanti alla raffineria di Taranto, con distributori rimasti senza carburante. Presidi, rallentamenti e blocchi non sono la stessa cosa. Attribuire ogni distributore a secco a un’unica protesta falserebbe il quadro.
Il confronto con il governo è previsto per il 20 ottobre a Milano. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha indicato una richiesta al ministero dell’Economia di almeno 80 milioni nell’immediato. Una richiesta non equivale a una copertura già disponibile. Al tavolo serviranno importi approvati, destinatari, criteri e tempi di accesso. Andrà chiarito anche il rapporto con gli aiuti precedenti: sommare cifre riferite a strumenti diversi può gonfiare l’annuncio senza dire quanto riceverà ciascuna impresa. I tempi contano quanto l’ammontare.
Alla ripartenza, il trasportatore dovrà rifare il conto del viaggio: carburante, autista, pedaggi, manutenzione e compenso pattuito. Un aiuto può consentirgli di assorbire una parte del rincaro, ma solo quando arriva. Fino ad allora ogni tratta è finanziata dalla liquidità dell’impresa.