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La terza posizione - Kimi Antonelli Campione del Mondo F1

Terzo in Messico, primo nel mondiale. Kimi Antonelli riporta il titolo in Italia dopo Farina e Ascari, settantatré anni dopo l’ultima domenica azzurra.

La terza posizione - Kimi Antonelli Campione del Mondo F1

A Città del Messico si corre a duemiladuecento metri, dove l’aria è sottile e i motori respirano meno. Nel Foro Sol la pista passa in mezzo alle tribune, dentro un vecchio stadio da baseball. All’ultimo giro, quando ci entra la Mercedes di Andrea Kimi Antonelli, le tribune urlano. Lui tiene il volante e va verso il traguardo.

A un ragazzo di Bologna, domenica, bastavano due punti, un nono posto. Dopo una bandiera rossa ha passato Charles Leclerc, poi è arrivato terzo, dietro Max Verstappen e Lewis Hamilton. Campione del mondo a vent’anni, con nove vittorie in stagione, la prima a Shanghai. Il più giovane di sempre, dicono le statistiche.

Prima di lui, due soli italiani.

Nino Farina guidava l’Alfetta a braccia tese, il volante lontano dal petto. Il Nürburgring glielo aveva insegnato Tazio Nuvolari, un tratto alla volta: Farina gli andava dietro per un pezzo, poi lo aspettava al giro dopo per impararne un altro. Ventidue chilometri imparati così. Diceva che, se era diventato campione, lo doveva soprattutto a lui. Il primo Gran Premio del mondiale, a Silverstone, su una pista ricavata da una base aerea, l’aveva vinto Farina; a Monza, nel 1950, anche il primo titolo.

Poi Alberto Ascari, milanese, due mondiali di fila con la Ferrari, il ‘52 e il ‘53. Nel ‘52 Farina era suo compagno di squadra e gli arrivava dietro. Casco azzurro e maglia azzurra, i suoi portafortuna: si era promesso di non correre mai senza. Il secondo titolo lo chiuse in Svizzera, a Bremgarten, con una gara ancora da correre. Antonelli ne aveva quattro.

Campione del mondo a vent’anni, con nove vittorie in stagione, la prima a Shanghai. Il più giovane di sempre, dicono le statistiche.

Dal ‘53, settantatré anni di domeniche.

Monza, Antonelli l’ha imparata un tratto alla volta. La prima volta, nell’agosto del 2024, aveva diciott’anni da cinque giorni e guidava la Mercedes di un altro. È durato meno di dieci minuti: alla Parabolica ha perso il posteriore ed è scivolato nella ghiaia, fino alle gomme. Alla radio ha imprecato, poi ha chiesto scusa. Dal box gli hanno risposto: «Kimi, all good. All good, Kimi». La macchina, disse poi Toto Wolff, era tornata come una scatola di Lego caduta per terra. Il giorno dopo la Mercedes annunciava che nel 2025 avrebbe preso il sedile di Hamilton.

A giugno, a Montecarlo, ha preso la pole per pochi millesimi su Verstappen, e Hamilton subito dietro. Prima della gara Verstappen gli ha consigliato, ridendo, di aspettare un secondo in più allo spegnimento dei semafori. Hamilton ha rilanciato: «Io direi due secondi». La corsa l’ha vinta lui. A settembre, a Monza, è partito diciannovesimo ed è arrivato primo anche lì, davanti alla sua gente, con il compagno George Russell secondo.

Ad Austin, a fine ottobre, ha vinto ancora, ma il conto non tornava: il titolo era rimandato di sette giorni. Wolff l’ha chiamata la gara di un campione che ancora non lo era. Sceso dalla macchina, ha stretto i pugni più volte, poi ha scavalcato la barriera per arrivare ai suoi meccanici.

Domenica, sul podio in mezzo allo stadio, Verstappen e Hamilton se lo sono caricato sulle spalle. Undici titoli mondiali: quattro di Verstappen e sette di Hamilton, sotto un ragazzo che piange. Poi l’hanno rimesso giù, sulle sue gambe.


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