LA PACE È UN ATTO DI VOLONTÀ. Non c'è rivoluzione senza evoluzione interiore
Nel saggio intitolato Pace, Jiddu Krishnamurti demolisce una delle illusioni più radicate della modernità: l’idea che la pace sia semplicemente un intervallo tra due conflitti o il risultato di un sapiente assetto politico e diplomatico. Per Krishnamurti, e per tutti quei grandi maestri che hanno segnato la storia dello spirito, la pace non è un obiettivo da raggiungere per mezzo di trattati ma uno stato dell'essere che sorge spontaneamente solo quando cessa il conflitto interiore. Oggi, questa visione trova una sponda straordinaria e inedita nelle riflessioni scientifiche di Federico Faggin e nella ricerca esistenziale e poetica di Franco Battiato. Insieme, queste voci compongono un mosaico che punta verso un'unica, ineludibile verità: nessuna rivoluzione sociale o politica può avere successo senza una radicale evoluzione della coscienza individuale.
La storia umana è, ahinoi, un vasto cimitero di rivoluzioni fallite. Abbiamo cambiato sistemi economici, abbattuto regimi autoritari in nome della libertà e riscritto costituzioni, eppure la violenza, l'avidità e la divisione restano delle costanti antropologiche. La risposta degli iniziati a questo paradosso è disarmante nella sua semplicità: la struttura della società non è altro che la proiezione della struttura psichica dell'individuo. Se l’individuo è frammentato, ambizioso, spaventato e aggressivo, la società che egli costruisce sarà inevitabilmente lo specchio di questo caos.
Krishnamurti insiste sul fatto che ogni sforzo per riformare l’esterno senza trasformare l’interno è come curare i sintomi di una malattia ignorandone la causa profonda. Egli descrive il pensiero stesso come un processo intrinsecamente divisivo: il pensiero crea l'io e l'altro, il mio e il tuo, il noi e il loro. Finché operiamo all'interno di questa frammentazione, ogni azione volta alla pace produrrà paradossalmente ulteriore conflitto, poiché nasce da una mente che è essa stessa un campo di battaglia.
La vera pace richiede
il silenzio del pensiero egoico
A offrire una base in un certo senso tecnica a queste intuizioni spirituali interviene, oggi, Federico Faggin, il fisico italiano che ha inventato il microprocessore. Faggin sostiene che abbiamo commesso l'errore fatale di considerare l'essere umano come una complessa macchina biologica governata da algoritmi biochimici. Se ci percepiamo come macchine in competizione, nella corsa ad accaparrarsi risorse oggettivamente scarse, in un universo materiale privo di senso, il conflitto diventa una necessità logica e biologica. Faggin ribalta questa prospettiva affermando che la coscienza non è un sottoprodotto del cervello, ma la sostanza fondamentale dell'universo. Con i suoi studi sulla natura della realtà, egli afferma che la coscienza possiede la capacità di provare i qualia (definiti, per altro, probabilmente da Democrito), ovvero sensazioni vissute con un significato talmente profondo e privato da essere indescrivibili, che nessuna intelligenza artificiale potrà mai replicare. La pace, in quest'ottica, non è solo un patto di non aggressione ma la vibrazione naturale di una coscienza che ha riscoperto la propria origine universale. Se la coscienza è una ed è alla base di tutta l'esistenza, ferire l'altro significa letteralmente ferire sé stessi. L'evoluzione individuale diventa quindi un processo di riconoscimento della propria natura non materiale.
A questo rigore scientifico e filosofico si unisce la voce di Franco Battiato, che ha dedicato l'intera sua opera alla necessità di un'ascesi che permetta di superare la meccanicità del quotidiano. Per Battiato, come nella Quarta via, la pace non appartiene all'essere umano addormentato, perso nel rumore delle passioni e dei desideri indotti dai condizionamenti sociali. Egli parla di una necessaria disciplina interiore per trovare un centro di gravità permanente che non ci faccia cambiare idea sulle cose sull’onda delle spinte emotive del momento.
La pace non appartiene
all'essere umano addormentato
Battiato ha comunicato, in molte delle sue canzoni, che senza un'evoluzione che ci traghetti oltre la nostra personalità transitoria — fatta di maschere, ruoli e difese — rimarremo sempre schiavi delle sollecitazioni esterne. La sua visione suggerisce che la rigenerazione dell'umanità non passa per le piazze, ma dalla capacità di ogni singolo uomo di attivare facoltà superiori, di percorrere le vie che portano all'essenza. Solo chi ha fatto silenzio dentro di sé può irradiare pace all'esterno; gli altri non faranno che proiettare le proprie ombre sul mondo, anche quando dichiarano di volerlo salvare.
Il punto d'incontro definitivo tra l’insegnamento di Krishnamurti, la scienza di Faggin e la poetica di Battiato risiede nel concetto di evoluzione. Non si tratta di una mutazione biologica lenta, che richiede millenni, ma di un salto qualitativo della percezione che può e deve avvenire nel qui e ora. Questa evoluzione richiede due passaggi fondamentali:
- il superamento dell'automatismo: smettere di essere automi che reagiscono meccanicamente agli stimoli dell'odio, della paura o della propaganda. Significa diventare padroni della propria attenzione e della propria presenza, decidere di agire esercitando la volontà;
- il riconoscimento dell'unità: comprendere che la separazione tra gli esseri umani è una costruzione mentale distorta. Come suggerisce Faggin, siamo punti di vista di un'unica coscienza universale.
Senza questa evoluzione individuale, ogni nuovo sistema politico, per quanto perfetto sulla carta, verrà presto corrotto dalle vecchie abitudini mentali e psichiche di chi lo gestisce e di chi lo subisce. L'intelligenza senza amore e senza coscienza è pura astuzia, e l'astuzia non ha mai portato la pace, ma solo vantaggi temporanei per una parte a discapito di un'altra.
In ultima analisi, la speranza dell’umanità non risiede nei grandi leader, nelle innovazioni tecnologiche o nelle riforme istituzionali ma nella capacità di ogni singolo individuo di affrontare sé stesso. La crisi globale che stiamo vivendo — ecologica, sociale, economica e, soprattutto, spirituale — è il segnale che il vecchio modello umano, basato sul conflitto e sulla separazione, non funziona più.
Non può esserci un mondo nuovo
senza un uomo nuovo.
Ogni rivoluzione esteriore è solo un miraggio se non è preceduta da quel terremoto interiore che riduce in schiavitù l'ego e permette alla vita di esprimersi come unità. La pace, dunque, non è qualcosa che si genera attraverso la diplomazia; la pace è qualcosa che accade quando l'individuo smette di essere un campo di battaglia e fa, letteralmente, pace con sé stesso. Siamo chiamati a una scelta: continuare a ripetere meccanicamente il passato o risvegliarci alla luce di una coscienza superiore.
La rigenerazione dell'umanità inizia da questo atto di volontà.
– Mariarosaria Murmura