L'EUROPA SI RIARMA, FINALMENTE. MA NON DITELO AL POPOLO

L'EUROPA SI RIARMA, FINALMENTE. MA NON DITELO AL POPOLO

L’Europa si riarma. Cambia etichette, infila il tema in dossier “tecnici”, lo tiene lontano dalla piazza. La traiettoria però si vede: capacità militari, industria, scorte, interoperabilità.

La misura è già da centinaia di miliardi e i numeri sono pubblici, per quanto non sbandierati. Il quadro ReArm Europe/Readiness 2030 punta a mobilitare fino a €800 miliardi. Dentro ci stanno una stima di circa €650 miliardi di margine fiscale in quattro anni (con un aumento fino a +1,5% del PIL usando la clausola nazionale) e un canale comune SAFE fino a €150 miliardi di prestiti per investimenti e acquisti congiunti. A gennaio 2026 sono già partite le prime approvazioni dei piani: due ondate, circa €38 miliardi nella prima e €74 miliardi nella seconda.

La difesa è impopolare,
quindi viene presentata come
manutenzione amministrativa

Il problema politico è un altro: la difesa è impopolare, quindi viene presentata come manutenzione amministrativa. Questa è l’ipocrisia servita al "popolo buono" che pretende protezione totale, pretende lo Stato come scudo, pretende che lo scudo funzioni però – ecco il però madornale – senza armi. Accetta la pistola alla cintura del poliziotto quando c’è un furto in casa ma si irrigidisce davanti a un esercito moderno, addestrato, equipaggiato. Vuole ordine domestico, rifiuta la difesa strategica.

I popoli europei hanno smesso di ricordare che lo Stato nasce come macchina di protezione e sicurezza, soprattutto contro pericoli e nemici esterni alla e della comunità. Sopra quel pavimento vivono contratti, scuola, sanità, libertà civili. Quando il pavimento cede, i diritti restano slogan e la politica diventa gestione di panico.

Personalmente, non sono un grande estimatore dell’istituzione Stato. Però finché esiste deve reggere il suo compito primario e minimo: difendere. Altrimenti è un catafalco burocratico, del tutto superabile, almeno come super entità. Per dirla in breve: o lo Stato è in armi o non è. E in questo momento, a me pare che debba esserlo.

L’obiezione “all’orizzonte mancano nemici” regge poco in assoluto e oggi regge zero. La capacità di difesa serve per le minacce vicine e per quelle lontane, serve per oggi e per domani. Serve perché la deterrenza vive di credibilità e continuità.

La guerra russa contro l’Ucraina ha già chiuso il capitolo della favola pacifica di un mondo evoluto che sa fare a meno delle guerre. Confini che saltano, città martoriate da droni e cannoni, infrastrutture spezzate, perdite umane quotidiane. Questa è la guerra europea, qui e adesso, e spiega da sola perché la rinuncia alla difesa è un vizio e non una virtù.

La capacità di difesa serve
per le minacce vicine e per quelle lontane,
serve per oggi e per domani

E poi c’è l’altro dato, più sgradevole perché tocca le nostre abitudini: anche dentro l’Occidente la forza torna a essere linguaggio politico. Sul dossier Groenlandia è entrata la grammatica della pressione e della pretesa, con la parola “prendersela” pronunciata come ipotesi reale. Il punto non è indignarsi: il punto è capire che la pace non si mantiene con l’autoipnosi. L'invio di pochi soldati europei in loco ha già ridotto di molto le pretese della manolunga statunitense. A volte basta poco. Ma è certo che il di più in casi come questi è decisamente meglio.

Da questa soglia escono due strade. Rinuncia: dipendenza strategica, protezione affittata a chi appare sempre più come un fornitore che detta contenuti e condizioni, decisioni prese altrove, ricatto come metodo. Oppure riarmo: industria, munizioni, difesa aerea, cyber, logistica, catene di fornitura che tengono, capacità di risposta e deterrenza che si toccano.

Non è più il momento delle ipocrisie. Il mondo ascolta chi accetta il prezzo della realtà. E la realtà non chiede permesso al consenso. Il popolo se ne faccia una ragione. 

– Miro Renzaglia