L'ITALIA È POVERA? I NUMERI NON PARLANO DA SOLI - Tra dati reali e suggestioni

L'ITALIA È POVERA? I NUMERI NON PARLANO DA SOLI - Tra dati reali e suggestioni

Nel pezzo di Alberto Brambilla «L’Italia è povera? Sfatiamo i miti: la verità è che spendiamo 157 miliardi in gioco d’azzardo (e ci sono 80 milioni di sim attive)», pubblicato sul Corriere della Sera il 5 febbraio 2026, viene messo in scena un contrasto efficace: racconto di un Paese “che non ce la fa” contro indicatori di consumo e di welfare che sembrano dire il contrario. L’operazione funziona perché colpisce la narrazione. Il limite è tecnico: un numero diventa argomento solo quando diventa categoria. Senza definizione, resta suggestione.

Primo punto: il gioco. La cifra “gigante” che circola nel dibattito tende a mescolare raccolta (quanto si gioca, con rotazioni e reinvestimenti) e spesa netta (quanto si perde davvero). Il fenomeno sociale resta pesante in ogni caso, ma la lettura cambia: confrontare una raccolta con capitoli di spesa pubblica o con consumi familiari produce una scorciatoia. In contabilità, la scorciatoia è un errore di unità di misura.

Un numero senza definizione
resta suggestione

Secondo punto: SIM, smartphone, multi-utenza. Anche qui il dato segnala diffusione e densità digitale, non automaticamente benessere. Avere due telefoni può significare lavoro e privato, famiglia, tariffe economiche, sostituzioni lente, usato. È un indicatore di accesso e di abitudine, non un indicatore robusto di reddito disponibile. Se vuoi dire “non siamo poveri”, devi portare salari, potere d’acquisto, capacità di risparmio; gli oggetti connessi descrivono soprattutto l’infrastruttura dei comportamenti.

Terzo punto: assistenza e ISEE. La critica al welfare “a pioggia” può essere legittima, ma senza scomposizione resta una parola-valigia. Dentro l’“assistenza” entrano cose diverse: trasferimenti monetari e servizi, misure nazionali e regionali, strumenti temporanei e strutturali. Senza distinguere plateatargetcontrolli e effetti, il giudizio resta politico; per diventare economico deve essere contabile.

Qui arriva il nodo che spesso si evita: l’Italia può essere alta negli aggregati macro e insieme avere famiglie che scivolano sotto soglia. È normale che convivano due fotografie: PIL/export da una parte, salari e fragilità dall’altra. Il salto logico nasce quando un aggregato macro viene usato per smentire un disagio micro: dal bilancio si scivola nella vita.

La povertà assoluta è soprattutto
mancanza di margine

La vita, in questa storia, ha un nome preciso: povertà assoluta. Per ISTAT significa stare sotto una soglia di spesaminima per il paniere essenziale. Nel 2024 sono oltre 5,7 milioni di persone. Il profilo ricorrente non è pittoresco, è ripetitivo: famiglie con minori, lavori a bassa paga o intermittenti, titoli di studio bassi, maggiore esposizione tra gli stranieri (che sono una quota molto colpita, anche se la maggioranza dei poveri assoluti resta italiana). La vulnerabilità non nasce da “stili di consumo”: nasce da bilanci che non reggono gli imprevisti.

Il moltiplicatore più stabile è la casa. L’affitto tende a mangiare una quota rigida del budget e lascia poco margine per tutto il resto. Sotto soglia si vive di scelte forzate: rinvii, qualità più bassa, quantità ridotte, rinuncia a servizi, gestione del mese come sequenza di priorità. È una povertà spesso poco visibile perché non coincide con l’assenza totale di beni; coincide con l’assenza di margine.

Se vogliamo che la discussione “Italia povera sì/no” serva a qualcosa, la disciplina è semplice: definire le grandezze, separare livello e distribuzione, non usare proxy fragili (SIM, smartphone, consumi “simbolo”) per sostituire indicatori duri (salari reali, produttività, costo dell’abitare, intensità di lavoro). La contabilità pubblica richiede categorie, non metafore.

— Saldo Primario