MORALITÀ/ESTETICA PERSONALE - una riflessione di Sandro Giovannini
Esprimermi in termini sintetici il maggiormente possibile. In questo seguo ormai una mia montante riflessione sulla necessità di non creare troppi segnavia caratterizzati da eccessivo “letteralismo”. Spesso più svianti che corroboranti. Vorrei poterlo fare degnamente, dopo aver tentato di equilibrarmi s’una diversa logica, per un avvertito, insistito, valorizzato rapporto causa/effetto. Ciò poi rientrando formalmente e magari anche grossolanamente ad occhi di altri e sovente di me stesso, in una dinamica del “tagliar corto”, a volte derisa, che però avvertivo costantemente d’argomentare finemente e capziosamente, sempre per una presa (e pretesa) di consapevolezza esistenziale del «...contenere l’immane tumulto d’incongruità del mondo». Funzione, spero, nobile.
...
Che questa incongruità sia stata in me presente sin dall’infanzia, a fronte di educazioni, indottrinamenti, esperienze varie anche durissime, era coscienza che premeva oltre ogni desiderio d’affidamento e di pacificazione, e soprattutto oltre ogni mia supposta convinzione d’allora. Affidamento e pacificazione, molto caratteriali. Forse per questo, ora, il tutto sommato e detratto, scivola facilmente in un periglioso richiamo che intelligenza e buon gusto si compensino negli altri, (tutti). Non solo di quelli che mi sono più cari e vicini. Ma tutti. ¿Ma tutti gli altri chi sono? ¿Sono solo le viventi insegne che indicano in pura funzionalità il percorso o sono esseri in carne ed ossa, che il più delle volte da a diventano z, indifferenti all’essenza, sino a mutarsi, quasi completamente nella personalità ed a tentare di modificare con loro l’orizzonte completo degli eventi, in carenza di un qualsivoglia centro ordinatore giustificante («...giusto di voce il morto») il processo interiore? ¿Ove quindi il più accade, semplicemente, senza apparentemente riscontrabile motivo, come dice chi sa, piuttosto che venir determinato da un trascinamento almeno avvertito se non duramente contrato? E stiamo accennando solo al combattere pro/contro «...dei e non servi». E questo per non sprecare del tutto a vuoto le nostre, così limitate, energie. Accade pure nella dimensione opposta, a chi crede fermamente di avere una condotta lineare, senza eccessive sbavature, perché qui non parliamo solo di maschere, più o meno credibili, ma di volti.
Le maschere, tra l’essenza
e la personalità
sempre ci inducono a pensare
qualcosa d’ulteriormente investigabile,
ai confini del dicibile
Avrete già notato, forse, che ogni mia citazione (almeno qui, in un testo pensato in tal modo) non ha più appigli indicati e non certo per risibile volontà di appropriazione, ma perché, prese in carico le maschere senza eccessivi residui e comprensibili reticenze, si possano investigare meglio anche i volti nella loro irriducibilità. Interessanti, in questo caso oltremodo etimologicamente. Le maschere, tra l’essenza e la personalità, seppur appena sopra il volto a modificarne in progressione i lineamenti, intercambiabili, se ne fanno paradossalmente espressione moltiplicata e/o essenzializzata e le letture antropologiche e storico-filologiche del rito, dell’invasamento e della teatralità - Il mondo della maschera - sempre ci inducono a pensare qualcosa d’ulteriormente investigabile, ed anche molto e forse troppo, ai confini del dicibile. Laconscience des mots, ove tutto entra in gioco per la nostra crescita interiore e per la vera comprensione degli stessi processi creativi superando la deviante rappresentazione della separabilità - prodigiosa riserva d’ipocrisia - tra stile (espressivo, letterario) e vita reale, che esprime utilmente un opaco e diffuso confronto esistenziale. E qui che si può verificare, per reazione salvifica e per consapevolezza correlata alle difficoltà intrinseche di una gestibilità dell’immane tumulto, la tensione alla declinabile forma “doppelleben”, almeno da noi in qualità auspicabile di “mahā ātman” e di “supreme fiction”. In tal senso la maschera diviene strumento compatibile. Stile di bellezza. Radicalità problematica.
...
E relativamente alla nostra volontà e capacità d’approfondimento, sempre si prova e si fa prova di sé, con un’interpretazione dentro fatti intimi e pubblici, comunque motivata dalla volontà, in gioco per tutti i confronti, che i funzionalisti vorrebbero solo dividere tra efficaci e velleitari. La moda intrinsecamente occidentalista, ormai globalizzata. Noi sappiamo che non è proprio questo il discrimine perché chi ha conosciuto dall’interno il successo ed il fallimento(quelli che valgono per il secolo) sa che dentro prima e dopo questi ci può essere una medesima feroce quota di falsificata coscienza. Non è una forzatura ideale - o di retro pensiero - farsene una ragione, ma un semplice riscontro, essendo “l’immane tumulto” non uno scherzo od un’ipotesi probabile ma un’evidenza costante. Identificare l’avversario.
...
La nostra logica di vita, sulla base di tale emersa chiarezza, è quindi assieme radicale e problematica (apparente bisticcio in tutta la sua potente ambivalenza, perché, ovviamente in questo caso, la problematicità non riguarderebbe i cosiddetti altri ma i se stessi), forzandosi a superare la dimensione formalistica, letteralizzata della necessità, che si ripresenta ad ogni passaggio vitale. La Necessità: «Quod non potest non esse». La Necessità, ché: «...nemmeno un Dio può tenere testa a Necessità». Necessità è quindi rilevazione, obbligata, innegabile, ed è radicale, per radice e radicalità, ma il problematico in tutto, comunque, persiste.
...
«...nel dispiegarsi dei fenomeni. Non ha bisogno di testimoni letterali, di speciali doni profetici, solo di intelligenza esegetica, della capacità di leggere il dispiegarsi dei fenomeni, di avvertire la bellezza. Nessuna testimonianza, solo un accurato notare le cose, un ponderato apprezzamento della ciascunità, ciascuna cosa nella sua immagine, ciascuna parola nella sua eco. Per ripetere: l’occcultezza non è un’assenza che diviene presenza attraverso la rivelazione, l’inintelligibile reso ora intelligibile, l’invisibile ora visibile. E’ piuttosto, come dire... una categoria dell’esistenza, che ‘se rivelata’ diventa letterarizzata, come l’occultato, mentre, in quanto categoria dell’esistenza, contiene e offre profondità, segretezza, interiorità, pregnanza, ricettacolo, risonanza, potenzialità e morte in ogni e qualunque fenomeno e promuove nei confronti del fenomeno attenzione, cura diligente, proficua vigilanza e un modo di valutare che non considera mai le cose soltanto per quello che a prima vista e semplicemente sembrano»... In parole povere «...si può fare esperienza di Dio ogni giorno». Si potrebbe. Ma... le parole povere non sono, purtroppo, scontate.
Nessuna testimonianza,
solo un accurato notare le cose,
un ponderato apprezzamento della ciascunità,
ciascuna cosa nella sua immagine,
ciascuna parola nella sua eco.
Siamo in un punto arduo per i più, perché non agonisti di credo-non credo, ma di serio ludere o di iocari serio. Si tratta non di dichiarare ma di riconoscere ciò che è la nostra identità simbolica, Imprinting-Prägung ineliminabile ed unica traccia (dall’infanzia) che ci riporti all’esperito, tra nostre verità e falsità. Ciò è anche rinvenibile in tante diverse iniziative di ricerca e metodi d’indagine, nella cosiddetta “letteratura assoluta”, che comporta rivelatorio cambio di scenario referenziale rispetto ai soliti, sempre prevedibili. Costantemente, tra costruzione identitaria centripeta e pulsioni centrifughe. Scherziamo, (ma non tanto): «...È attraverso la negazione dell’ipomnesico, vale a dire della dimensione tecno-logica di ogni scambio simbolico, che il platonismo arriva ad imporre la riduzione della tèchne ad un puro calcolo essendo il fine di questa metafisica il controllo di ogni affetto e la negazione del diritto all’interpretazione, vale a dire alla singolarità libera ed indeterminata delle anime che abitano i corpi. Per questo gli artisti e i poeti sono, in questo platonismo oggi concretizzato dal capitalismo culturale, dei nemici (tuttavia sempre acquistabili: il denaro può quasi tutto, se non assolutamente tutto), mentre i lavoratori non possono che essere schiavi cui è interdetta ogni simbolizzazione circa il modo singolare della propria diacronia, ciò che Simondon chiamava perdita di individuazione».
...
Ma, aldilà del già detto e ridetto, chi demanda tale linea di riconoscimento interiore ad una fede rivelata, qualsiasi essa sia, lo fa derivando, necessariamente anche se non sempre consapevolmente, da tale codice di riferimento, tutta la propria legittimità. Anche etica. La fede rivelata - e come tale accolta - è anch’essa una marcatura perlopiù iniziale ma persino, a volte, determinata per impossibilità oggettiva e quindi comprensibile, di risoluzione del rapporto di cui sopra tra radicalità e problematicità. Il taglio dell’endiadi è soluzione, coperta sovente dal letteralismo, dai segnavia puramente mnemonici e di personalità sovrastrutturale e dalla superfetazione logicista, del supposto od iniziato interiore processo dialettico. Ne discende, di conseguenza per noi, un relativismo filosofico (inevitabilmente per abbandono di sistema dogmatico), di taglio sostanzialmente stoico, non interessato a connotazioni puramente storico/filologiche, costruendo una moralità/estetica personale, altrimenti basata.
Ne discende per noi
un relativismo filosofico
di taglio sostanzialmente stoico
«...Io imiterò quegli antichi che per evitare l’impopolare appellativo di sapienti preferirono essere chiamati sofisti». L’elogio della follia, rituale o giocosa, ovvero la maschera, è un costante ritrarsi dal tutto e sùbito, se viene realmente utile a comprendere che la doppiavita o la buona anima o la suprema finzione sono degli ottimi espedienti per seguire una vocazione - rendendola più consapevole - senza divenire altro da sé. Perch’è proprio da una moltiplicazione delle prospettive interiori (il mondo di dentro non ha fine, lo sappiamo tutti) che forse si riesce ad evitare il modus hodiernus, ovvero la prassi burocratica della governance, che ha pro-genitori ben riconoscibili e che ha orrore, nel privato e nel pubblico (ma si posiziona funzionalmente sul pubblico/privatizzato per necessità di controllo), della sincerità a suo modo brutalista del comportamento concreto, esistenziale e lo riveste con maschere di cartapesta coordinandosi al buono per definizione, al buono senza intima corrispondenza d’amorosi sensi (è sempre un buono/bene/giustizia lontano perché astratto e senza vincoli di sicura educativa reciprocità) e negando l’evidenza somma del revolversi continuo delle cose del mondo e dell’«impermanente ma incontenibile espansione dell’identico». O del sostanzialmente, perennemente, assimilabile. L’ipocrisia elevata a sistema. Il predigerito per le masse spaurite ed affidanti e l’assoluta licenza cartacea insuperabile per chi possiede (o vorrebbe possedere) gli altri. In questo coacervo di sconcezze piccolo/medio/alto borghesi, senza poterne escludere ogni altra (ormai ipotetica) classe, tutte paludate ed imbellettate sino alla seria patologia di sé e totalmente asfissianti nella loro già perduta dignità. Reputo: nulla ha a che fare con una non del tutto rara od introvabile povertà dignitosa (non diciamo neanche sacra o santa) di cui, purtroppo, ho pur solo qualche sfocato ricordo dalla mia vecchia infanzia.
...
Chi professa la fede rivelata, dicevamo, può legittimamente credere nella soluzione di tutti i suoi problemi e quindi agganciarci la moralità personale perché presume che con la rivelazione il tempo sia atterrato nello spazio. Rispetto estremo... ma non confidando in uno spazio ed in un tempo inaugurati che siano infinitamente retti se non per (pur tumultuosi) tratti, e riflettendo seriamente anche sulle presenze epocali che indichino fissare (meglio a ragione che a torto) nuove ere, non si può affidarsi per le nostre Totenpässe se non alle Teletai, multiformi, ma disponibili ad essere reinterpretate nelle condizionalità date. Possibili.