ROBERT BRASILLACH. IN TRAGICO D'INFINITO - un libro di Pierfranco Bruni

ROBERT BRASILLACH. IN TRAGICO D'INFINITO - un libro di Pierfranco Bruni

È nella postfazione che Bruni consegna al lettore le chiavi per tenere in asse il telaio del libro: «Il tempo, la memoria, il coraggio, il non rinnegare, l’amore per la madre, la fedeltà, il destino». Qui si decide il ritmo del libro: questa costellazione dichiarata ordina ogni pagina.

Nella Presentazione di Chiara De Santis, Brasillach entra come figura di esilio: isolamento, giudizio, rottura con il proprio tempo. Sullo sfondo: Francia in due nomi-sintomo, Baudelaire e Apollinaire. Città nervosa. Immaginario frantumato. Il sogno entra nella lingua; la lingua filtra nella politica. Su questa scena Bruni rivendica la comprensione della complessità storica e una pagina capace di sopportare le carte senza trasformarsi in sentenza. Torna la frase attribuita a Camus: «con Brasillach morto è lui a giudicare noi» e sposta l’asse del processo. La domanda smette di essere “di chi è la colpa” e diventa: chi pronuncia l’ultima parola, e con quale diritto.

Da lì Bruni aggancia Brasillach a una modernità più umbratile. L’arte sperimenta. L’idea di rivoluzione si carica di gesto e di stile. E la tesi prende presa: Brasillach attraversa una crisi di forme prima ancora che di programmi.

«La verità non abita il presente»

È la frase-asse, e porta con sé un’ambivalenza reale. Sposta la lettura dalla febbre dell’attualità alla durata: il tempo come dispositivo che assorbe giovinezza, nostalgia, perdita, ritorno. E insieme apre un rischio: il tempo, quando diventa orizzonte totale, tende a fare ordine dove restano urti, tende a comporre dove restano fratture. Bruni gioca proprio su questo bordo.

Nei romanzi Brasillach rende il tempo visibile senza predicarlo: lo fa lavorare come linea e come montaggioComme le temps passe (La ruota del tempo, 1937) mette in scena distanze, viaggiritorni, e una cesura di guerra che cambia i volti e rilegge l’amore dopo anni. Les sept couleurs (I sette colori, 1939) spinge la forma a inseguire il presente: un mosaico di lettere, diari, dialoghi, documenti, dove la giovinezza scappa e il racconto deve rincorrerla; la soglia del trentesimo annoarriva come confine, età in cui il tempo smette di promettere e comincia a chiedere.

L’Appendice mette i documenti 
sul tavolo e fa parlare
direttamente Brasillach

Bruni non lascia che questi nuclei restino chiusi nella narrativa. Li fa riverberare dentro una genealogia più larga, dove la morte e la nostalgia diventano categorie del secolo. Il richiamo a Pascal stringe la coscienza in una morsa: severità, scartotra ciò che si dice e ciò che si regge davvero. André Chénier entra come fratello di destino: la morte “nel nome di una rivoluzione”, la storia che uccide e poi pretende di spiegare. E Cardarelli lavora come controcanto di ritorno e di forma: la nostalgia non come languore, come disciplina della frase.

A questo punto il destino smette di essere parola grande e diventa un fatto che si sente: una coscienza che si spezza, una vita consegnata al giudizio pubblico e ridotta a continuare nei testi. L’ambivalenza è inevitabile e produttiva: leggere senza tribunale, senza usare il tempo come anestesia.

Bruni insiste anche sul Brasillach cattolico: la scrittura come “confessione” e come cammino che ripercorre il Cristo in Croce, la Passione trattata come forma ontologica, quasi metafisica. La coerenza “sino alla fine” prende qui un senso preciso: scelta e liturgia interiore, disciplina del non rinnegare. Fresnes, allora, smette di essere soltanto prigione: diventa stazione, luogo in cui la storia si fa fenomeno e la parola prova a tenere insieme fedememoria, destino.

«I secoli
non conosceranno
la verità»

Fresnes restringe il mondo fino alla cella e costringe la memoria a diventare gesto di sopravvivenza. I fratelli nemici rovescia la temperatura: guerra civile, vendetta, folla, maschere, forze scatenate che sfuggono al controllo; «i secoli non conosceranno la verità» resta come chiodo di storia che macina e poi racconta. E quando la tragedia nomina l’effetto che supera l’intenzione, la frase colpisce secca: «Hai scatenato forze che nessuno riuscirà a controllare.» E con Presenza di Virgilio la fedeltà prende una lingua di tradizione: patria, eroismo, viltà, astuzia, radici, continuità, una grammatica elementare che attraversa il secolo. Attorno, altre carte allargano la scena: pagine da Notre avant-guerre, estratti dai romanzi, un ricordo di Pino Tosca che rimette carne e contesto.

Il coraggio e il non rinnegare attraversano il saggio come linea di coerenza portata fino alla conseguenza estrema. Su quella linea si innesta la presenza più domestica e più irriducibile: la madre. In Fresnes entra come ultimo vincolo quando il resto brucia, e dà al libro un punto di terra: affetto, casa, fedeltà minima che sopravvive alle parole grandi.

Il libro, in uscita, chiede un gesto semplice e difficile: riportare Brasillach dal banco degli imputati alla sua voce senza spegnere il peso del giudizio. È qui l’ambivalenza diventa metodo: la lettura come processo, la voce come prova e tempo come orizzonte che costringe a sentire le conseguenze.

— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮

Scheda libro 
Titolo: Robert Brasillach. In tragico d’infinito 
Autore: Pierfranco Bruni 
Presentazione: Franca De Santis
Appendice: testi di Robert Brasillach + ricordo di Pino Tosca
Editore: Edizioni Solfanelli
Collana: Micromegas 
Anno: 2025
Pagine: 132
Prezzo: € 11,00
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