TU CHIAMALA SE VUOI RIVOLUZIONE - un libro di Gabriele Adinolfi

TU CHIAMALA SE VUOI RIVOLUZIONE - un libro di Gabriele Adinolfi

La proposta politica concreta di Gabriele Adinolfi non è un programma elettorale ma una strategia di costruzione di potere nel medio periodo. Il presupposto è semplice: l’indignazione non basta, serve infrastruttura. In concreto significa formare élite radicate, creare reti trasversali dentro amministrazioni, cultura, comunicazione e mondo produttivo, alimentare think tank capaci di produrre analisi e soluzioni operative, sostenere una “lobby di popolo” che agisca in modo coordinato e non episodico. Sul piano macro implica spingere l’Europa verso una postura di autonomia strategica – industriale, energetica, difensiva – accettando ciò che la scala comporta: trasferire competenze reali al livello europeo, mettere risorse comuni su industria ed energia, pagare i costi di una difesa credibile e rinunciare a una quota di sovranità nazionale di manovra pur di guadagnare forza collettiva. Sul piano micro implica disciplina, selezione, formazione, continuità: meno gesto simbolico, più presenza stabile nei luoghi dove si decide. Non una rivoluzione spettacolare, ma un processo di organizzazione paziente che trasformi consenso disperso in struttura.

Il libro chiama “crisi” una cosa che precede la politica, intesa come effetto e linguaggio: la superficie in cui si scarica una domanda di senso rimasta senza presa. Questa impostazione sposta lo sguardo dai programmi alle posture, dai palazzi alle forme di vita, e quindi obbliga a leggere i conflitti come fenomeni di tenuta prima che di schieramento.

Dentro questo telaio
compare la figura
dell’insoddisfatto.

Il punto è tecnico: l’insoddisfazione produce energia e l’energia cerca un circuito di scarico; la protesta diventa una gratificazione immediata perché offre identità, tribù, superiorità morale, disciplina emotiva. La chiave acquista forza quando l’insoddisfazione viene articolata come una famiglia di casi—cause diverse, gradi diversi—capace di illuminare conflitti differenti senza ridurli a un’unica matrice, ma riconoscendone la pluralità interna. Adinolfi la fa vedere in concreto quando la stessa inquietudine prende vie diverse: diventa tribù e risentimento nel passaggio “dal sociale ai social”, diventa trama onnipotente quando il “sistema” viene immaginato come regia totale, diventa fissazione quando tutto viene ricondotto alla moneta come causa unica e soluzione magica.

A spingere quella energia interviene l’infodemia come ambiente. Sovraccarico informativo, attenzione frantumata, urgenza permanente: in quel regime la competenza diventa costosa e la scorciatoia diventa razionale. Nascono ideologie da commento, conclusioni assolute fondate su poche premesse, e soprattutto nasce l’illusione di partecipare sempre. È il caso di chi vive le elezioni americane come se fossero un referendum personale, discute di collegi e grandi elettori con fervore militante, mentre nella propria città non sa indicare un consigliere comunale né incidere su una delibera concreta. Qui il nodo è la simultaneità: tutto è vicino, tutto è urgente, e proprio per questo tutto tende a perdere peso.

Quando l’ambiente è così, l’immagine del potere tende a semplificarsi. Il libro attacca la fantasia del potere monoliticoperché la vede come autoassoluzione elegante: se il “sistema” è un unico blocco onnipotente, la rinuncia diventa coerente e quasi intelligente. Lo mostra con un esempio da manuale: quando il potere viene immaginato come “Spectre”, come una Ceka metastorica o come i Precog di Minority Report — una regia che vede, prevede e corregge tutto — la complessità viene ridotta a trama, la trama diventa spiegazione totale, e il risultato pratico è sempre lo stesso: una forma di quieto abbandono mascherata da lucidità.

NATO.
Il libro fa una cosa più sottile
del solito antiatlantismo da slogan

In quel vuoto prospera la geopolitica come lessico di badge. Parole come NATO, multipolarismo, Occidente, globalismo funzionano come appartenenze preconfezionate: non descrivono, segnano. Il libro qui fa una cosa più sottile del solito antiatlantismo da slogan: ricostruisce come, per decenni, la critica alla NATO avesse un contenuto politico preciso – l’ostacolo a un’autonomia europea e la sua complementarietà con Mosca – e mostra come oggi quella cultura sia stata rovesciata in un anti‑NATO “da riflesso”, fatto di distorsioni. In particolare contesta l’idea che l’Alleanza “minacci” i russi dal 1949 e insiste su un dato che spiazza molti: gli allargamenti sono avvenuti in accordo con il Cremlino, quindi la narrazione del cerchio che si stringe su Mosca diventa, per lui, un racconto posticcio. Non solo. A seguire smonta la tiritera sulle basi in Italia: l’appartenenza non implica l’obbligo di ospitare l’esercito statunitense, e in ogni caso la presenza americana discende prima dalla resa e dalla perdita di sovranità strategica del dopoguerra che dall’etichetta “NATO”. E aggiunge l’elemento più controverso: la questione soggiacente l’Alleanza è stata spesso intestina, legata anche a competizioni tra vincitori e a un gioco antieuropeo in cui, oggi, gli “anti‑NATO” finiscono per stare sulle stesse posizioni di pezzi atlantisti e filocremlinesi. In altre parole: non una macchina lineare che obbedisce, ma un nodo storico di rapporti incrociati che va letto sui vincoli e sugli interessi, non sui simulacri.

L’Europa entra in questa logica con una doppia faccia, che il libro tiene insieme senza confonderla. Da un lato “Europa” è un mito operativo: una parola che contiene un immaginario di forma, destino, continuità, e che funziona come chiamata a raccolta quando il mondo torna competitivo. In questo senso Europa è promessa di stile e di misura, idea di civiltà che vuole restare soggetto e non diventare terreno di passaggio. Dall’altro lato c’è l’Unione europea come istituzione contemporanea, cioè un dispositivo politico‑economico concreto: trattati, competenze, regole, moneta, mercato, vincoli fiscali, procedure decisionali, compromessi tra Stati. Adinolfi insiste sul punto che queste due dimensioni devono parlarsi: il mito senza istituzione resta retorica, l’istituzione senza mito resta amministrazione.

L’Europa‑mito fornisce la spinta l’Unione‑istituzione
deve fornire gli strumenti

Dentro questa cornice la tesi si fa pratica: senza capacità decisionale, autonomia strategica e difesa, l’Unione resta vulnerabile e finisce subordinata. Il discorso si appoggia su cose concrete — dipendenze industriali ed energetiche, frammentazione politica, lentezze procedurali — e tratta l’integrazione come condizione di resilienza e di scala, più che come gesto morale. L’Europa‑mito fornisce la spinta, l’Unione‑istituzione deve fornire gli strumenti: politiche industriali e tecnologiche, scelte energetiche, capacità di deterrenza, e una catena decisionale che renda possibile l’azione quando la crisi non concede tempi lunghi.

A questo punto la parola “rivoluzione” viene trattata come disciplina di stile. Non l’evento, l’allenamento; non il ribaltone, la trasformazione lenta di abitudini, ritmi, educazione. La rivoluzione, in questa prospettiva, coincide con un ethos: un modo di vivere che rende possibile, dopo, una politica più esigente e meno teatrale.

I capitoli‑caso servono a far vedere che la cornice non è solo una teoria elegante. Quando il libro passa da famiglia a immigrazione/Islam, la frattura viene riportata alla materia: ruoli, lavoro, demografia, aspettative di stabilità; poi compatibilità istituzionale, integrazione, tenuta simbolica, scala. L’idea è che il conflitto contemporaneo nasca dall’incrocio tra condizioni e linguaggi: cambia la struttura dei legami, cambiano le soglie di appartenenza, e la domanda di senso cerca un bersaglio. Qui la categoria “esistenziale” funziona come lente perché accompagna questi piani senza sostituirli.

Moneta e simbolico arrivano come correttivo a un altro automatismo: l’economia da sola non spiega tutto, ma orienta desideri, paure, aspettative, quindi rientra nella crisi anche come immaginario. E proprio perché senza immaginario non c’è mobilitazione, il libro prova a ricomporre figure e miti come carburante; però li colloca accanto all’infrastruttura, non in sua sostituzione: narrazione che motiva, regole che tengono, procedure che trasformano entusiasmo in durata.

Ed è qui che l’impianto del libro si chiude: la costruzione di un’infrastruttura sociale che trasformi energie disperse in capacità di influenza. Non serve ripetere l’inventario: gli strumenti sono già nominati all’inizio. Conta l’idea di durata — presenza, formazione, continuità — come alternativa alla posa. L’organizzazione è la risposta che tenta di tenere insieme psicologia pubblica, ambiente mediale e decisione politica.

Vox
clamantis
in deserto?

Conosco Gabriele Adinolfi da molti anni. La lucidità di analisi è una sua costante, e in questo libro la aggiorna sugli scenari che, dall’invasione russa dell’Ucraina alla seconda stagione trumpiana, si sono aperti insieme come crisi e come prospettiva europea: ritorno della potenza, riallineamenti, fine delle comodità strategiche.

La domanda, a questo punto, diventa inevitabile: quale portata reale può avere un libro del genere, nel senso più concreto della parola “incidere”? La risposta passa non dalla chiarezza del quadro, che c'è, ma dalla sua traducibilità in organizzazione, e dalla capacità dell’organizzazione di produrre risultati verificabili. Come è facile avvertire, stimo molto le capacità di analisi dell'autore. E condivido molte delle sue tensioni (in primis quella sull'Unione europea che ha da farsi compiuta). So pure quanto si spenda fisicamente e in moto perpetuo per rendere effettuale il detto e il prospetto. Purtroppo, confido molto meno sull'ambiente che lo dovrebbe riflettere. Il rischio è che il suo resti, non per deficit di visione ma di materiale umano all'altezza del compito che la visione indica, vox clamantis in deserto.

— Miro Renzaglia

Scheda libro 
Titolo: Tu chiamala se vuoi Rivoluzione 
Autore: Gabriele Adinolfi 
Editore: Soccorso Sociale Edizioni
Anno: 2025 
Pag: 205
Prezzo: 19,00
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