BENJAMIN BRITTEN, LA POETICA DEI PERDENTI - un libro di Massimo Arduino

BENJAMIN BRITTEN, LA POETICA DEI PERDENTI - un libro di Massimo Arduino

La prefazione di Roberto Pani apre dal concreto: un teatro, un allestimento, un premio. Il Carlo Felice che nel 1998–99 porta Morte a Venezia (l’opera di Britten) e lo vede premiato come «Migliore spettacolo italiano» diventa un promemoria semplice: in Italia Britten resta spesso laterale, mentre altrove è repertorio. Da questa frizione nasce il senso del libro: offrire un accesso narrativo a un autore considerato “per addetti”, tenendo in vista fonti, date, rimandi, evitando l’effetto di recita bibliografica.

Arduino racconta Britten come uomo di successo (fama, ricchezza, titolo nobiliare) e usa proprio questo scarto come domanda guida: perché un compositore celebrato torna, opera dopo opera, su figure di perdenti, esclusi, colpevoli senza tribunale? L’etichetta regge perché Arduino la controlla su due piani: vita e opere. Pacifismo, clandestinità dell’omosessualità, Auden, Pears: nelle partiture diventano conflitto e scena.

Perché un compositore celebrato
torna, opera dopo opera,
su figure di perdenti?

La parte biografica convince quando resta sui momenti e li fa parlare. Dopo la morte del padre (1934) Britten entra nel General Post Office Film Unit (1935) per guadagnarsi da vivere: musica “su commissione” per documentari, tempi stretti, immagini davanti, parola da rispettare. È un apprendistato decisivo perché gli insegna una cosa che poi torna nell’opera: la scena è una macchina pubblica e l’individuo ci si misura sempre, spesso in posizione di esposto.

Dentro quel lavoro incontra Auden: più grande, più libero, dichiaratamente pacifista, marxista, omosessuale. Arduino lo mostra come urto e attrazione, e usa bene la nota di diario («Mi sento sempre molto giovane e stupido…»): non è posa, è un indice di timidezza e di vulnerabilità davanti ai “cervelli”, cioè davanti a un mondo che giudica.

Da lì la biografia smette di essere cornice e diventa leva di lettura: pacifismo che si traduce in scelte (fino a The Pacifist March, 1937), e l’incontro con Peter Pears (sempre 1937) che dà una forma stabile alla vita privata. L’interpretazione si fa più fragile quando la vita diventa chiave unica e le opere vengono lette come “specchio” quasi integrale: l’effetto è emotivamente forte.

Il libro dà il meglio quando descrive
la pietà dolorosa di Britten
per i suoi personaggi

La spina dorsale del volume è una serie di attraversamenti scelti con criterio: Peter Grimes come trauma di comunità, Billy Budd come innocenza esposta, The Turn of the Screw come corruzione che passa per allusioni e potere, Death in Venice (Morte a Venezia) come vertigine dell’ordine che cede, fino al War Requiem come culmine etico e sonoro. Arduino racconta trame e contesti quanto basta per far vedere il dispositivo, quindi la logica delle soglie: chi viene accolto, chi viene marcato, chi viene espulso.

Il capitolo su Peter Grimes è emblematico: l’opera del 1945 si porta dietro un fatto storico (il ritorno dell’opera inglese in patria) e un fatto umano (il borgo come macchina collettiva). Dentro quel borgo la reputazione diventa arma, il mare diventa spazio di perdita. Qui il libro dà il meglio quando descrive la pietà dolorosa di Britten per i suoi personaggi: la compassione resta tagliente, perché lascia intatta la ferita e la fa cantare.

Su Billy Budd e sul Giro di vite Arduino insiste sul tema dell’«innocenza tradita», anche attraverso Kennedy e la dicotomia luce/tenebre (con l’avvertenza che può risultare schematica). La lettura regge perché la zona grigia resta visibile: in Billy Budd pesa il rimorso di Vere, e nel Giro di vite la governante agisce con una urgenza che distrugge. Il punto critico arriva quando il vocabolario del bene/male prende troppo spazio: la musica di Britten lavora spesso per ambivalenze minute, e questa grana rischia di sparire.

Death in Venice (Morte a Venezia) viene trattato come punto di massima esposizione: Aschenbach porta in scena l’ansia della fine, Britten è già segnato dalla malattia, la musica si addensa e poi lascia una luce sospesa. Arduino ha buon istinto nel far entrare la pittura (Turner) e la lettera: il clima si sente, resta scena.

Il War Requiem è il capitolo più necessario: Coventry, le rovine lasciate come memoria, la liturgia latina interrotta dalle poesie di Owen, la costruzione su livelli sonori separati. Il War Requiem diventa una macchina di frattura: latino, Owen, livelli sonori separati. Arduino lo racconta con un ritmo che coincide con la materia: una musica che obbliga a restare con ciò che la guerra produce, senza retorica celebrativa e senza pacificazione facile.

La letteratura chiarisce che,
prima del personaggio,
c’è una parola 
che chiede musica

La chiusura, «il combattente fragile», tira le fila legando opere e vita in una traiettoria unica e dichiarando Britten «cantore di chi non ha voce». È una conclusione coerente, e porta con sé un rischio: l’unità interpretativa divora le dissonanze che rendono Britten vivo. Proprio per questo la scelta dell’Antologia è felice: mette sul tavolo i testi-sorgente (Crabbe, Melville, James, Mann, Owen) e i poli poetici (Michelangelo, Auden, Rimbaud), lasciando vedere la radice letteraria che alimenta la musica.

L’Antologia funziona anche come verifica dell’idea centrale: Britten vince nella vita e sceglie gli sconfitti come materia drammatica. La letteratura chiarisce che, prima ancora del personaggio, c’è una parola che chiede musica. L’Antologia mostra che la questione passa dalla parola prima ancora che dal personaggio. Il lettore può tornare indietro, rileggere, riascoltare, misurare da solo quanto l’etichetta «poetica dei perdenti» regga e dove inizi a essere stretta.

Il libro, preso nel suo insieme, offre un ingresso solido e leggibile a Britten, con un apparato di riferimenti che fa servizio. Chiede però un gesto ulteriore: ascoltare davvero, e tornare su quelle opere con orecchio libero, perché la musica di Britten continua a mordere proprio dove le formule si fermano.

— Laura Forte

Scheda libro 

Titolo: Benjamin Britten, la poetica dei perdenti 
Autore: Massimo Arduino 
Prefazione: Roberto Pani
Editore: Gruppo Editoriale Castel Negrino 
Collana: PreTesti 
Pagine: 130 
Prezzo: € 14,15
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