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Eros, desiderio e affezione. Prospettive filosofiche - AA.VV. a cura di Lavinia Peluso e Valerio Ricciardi

Desiderio, piacere e amore passano dal corpo prima di diventare concetti. Il libro a cura di Peluso e Ricciardi mette in crisi il dualismo fra ragione e passioni e interroga il governo degli affetti.

Eros, desiderio e affezione. Prospettive filosofiche - AA.VV. a cura di Lavinia Peluso e Valerio Ricciardi

Si può educare ciò che non obbedisce a un comando? È la domanda che resta addosso dopo la lettura di Eros, desiderio e affezione. Prospettive filosofiche dalla Grecia arcaica all'età imperiale, volume curato da Lavinia Peluso e Valerio Ricciardi. Il baricentro è platonico, ma il problema attraversa l'intero arco del libro. Prima che la filosofia stabilisca che cosa sia bene desiderare, quale piacere coltivare e quali passioni correggere, il corpo ha già sentito. Attrazione e repulsione lo hanno mosso, il piacere e il dolore lo hanno informato sul proprio rapporto con ciò che incontra. Il pensiero entra in questa esperienza e prova a comprenderla, poi anche a disciplinarla. Il merito del volume sta nell'aver reso assai meno credibile l'immagine dell'uomo come ragione costretta a trascinarsi dietro l'ingombro della carne.

Con Empedocle il sentire, il pensare e la costituzione del vivente appartengono allo stesso processo. Amore e Discordia attraversano il cosmo e l'uomo prima che una lunga tradizione assegni materia e interiorità a due domicili separati. Il piacere acquista così un valore che eccede la gratificazione: un corpo incontra il mondo e, attraverso ciò che prova, viene a sapere qualcosa anche di sé. Può sbagliare, cambiare gusto, essere condizionato; proprio questa mobilità ne rivela la natura conoscitiva. Nelle Leggi di Platone, piacere e dolore diventano infatti materia della formazione. Il corpo non fornisce alla ragione un semplice repertorio di sensazioni da giudicare: partecipa alla costruzione dell'esperienza dalla quale il giudizio stesso prende forma.

Prima che la filosofia
stabilisca cosa desiderare,
quale piacere coltivare
e quali passioni correggere, 
il corpo ha già sentito.

Nel Simposio il discorso cambia quota. Eros è daimonmetaxy, sta fra ignoranza e sapere, povertà e ricchezza, umano e divino. Desidera perché non possiede. Anche il filosofo cerca ciò che gli manca e, se arrivasse a possederlo interamente, la ricerca avrebbe esaurito il proprio impulso. La conoscenza nasce da una tensione prima che da un possesso; Eros impedisce al sapere di considerarsi compiuto. È una delle intuizioni platoniche che il volume mette meglio a frutto, purché non si dimentichi da dove quella tensione prende avvio. Il desiderio di sapere conserva qualcosa della fisiologia di ogni desiderio: una mancanza avvertita, un'attesa, un appagamento che non chiude la partita. Trasformato troppo presto in figura della filosofia, Eros corre invece il rischio di diventare più pulito del corpo dal quale proviene.

Con l'amore quel corpo torna a reclamare la sua parte. Il metaxy offre al volume uno strumento efficace per sottrarre l'altro al puro possesso, finché non pretende di spiegare da solo l'eros. Fra amante e amato resta un margine che impedisce all'altro di ridursi a proprietà. Ma l'eros reale sembra vivere di due spinte che la geometria platonica fatica a tenere insieme: preservare l'alterità e, nello stesso tempo, desiderare di ridurne la distanza. Il corpo introduce un'obiezione poco metafisica: l'amore desidera anche avvicinarsi. Il sesso porta questa tensione fino allo sconfinamento materiale di un corpo nell'altro. Il possesso assoluto consumerebbe l'alterità; una distanza intoccabile toglierebbe all'eros la carne. L'amore si espone proprio nello spazio instabile fra queste due possibilità.

Il gusto può essere
educato, il comportamento
regolato, una sensibilità
coltivata. L'amore, invece,
continua a sottrarsi all'imperativo.

Platone, Aristotele e Plutarco evitano almeno la soluzione più sbrigativa: amputare le passioni. Preferiscono educarle. Ma l'ospitalità concessa agli affetti ha un prezzo: devono imparare a desiderare ciò che il logos giudica desiderabile. La città delle Leggi interviene con educazione e norma; Aristotele affida all'abitudine la formazione del carattere; Plutarco preferisce la metriopatheia all'apatia stoica. Il guadagno è evidente: la virtù non richiede un uomo anestetizzato. Resta però una differenza fra modificare le condizioni in cui un desiderio si forma e pretendere che nasca per deliberazione. Il gusto può essere educato, il comportamento regolato, una sensibilità coltivata. L'amore, invece, continua a sottrarsi all'imperativo. La ragione può lavorare sugli affetti perché li trova già operanti e la sua capacità di orientarli non coincide con una sovranità sulla loro nascita.

L'affettività, nel volume, non resta fra le persone: sale alle Idee. Edoardo Signore, leggendo Parmenide e Sofista, insiste su comunanza, mescolanza, partecipazione, capacità di agire e patire. La lettura relazionale di Platone ha basi solide; chiamare tutto questo «affettività delle Idee» richiede un passo ulteriore. Se essere affetti significa subire una modificazione nel rapporto con altro, l'esperienza più immediata è già disponibile nella materia vivente. La paura altera il battito, il dolore modifica il pensiero, una relazione può cambiare il modo di percepire sé stessi. Non occorre negare l'interesse dell'ipotesi platonica per osservare che il corpo basta a spiegare il fenomeno che l'ipotesi delle Idee trasferisce sul piano ontologico. L'affezione accade nel tempo, dentro qualcosa che può realmente essere toccato e trasformato.

Il desiderio partecipa
alla conoscenza, il piacere
entra nella formazione
dell'uomo ed Eros
può aprirlo a ciò
che non possiede.

Nell'età imperiale l'antico rapporto erotico fra maestro e discepolo lascia progressivamente spazio alla philia, alla parrhesia, agli esercizi spirituali e alla cura di sé. Martina Maiorana parla di «diserotizzazione del sapere» e il passaggio, soprattutto in Seneca e Marco Aurelio, è ben documentato. La parola sembra però più drastica del movimento che descrive. Se l'altro continua a trasformarci con l'amicizia, la parola e l'esempio, Eros ha cambiato forma più di quanto sia scomparso. Anche la cura di sé vale soltanto se non viene scambiata per autosufficienza. Permette di non affidare all'altro il compito della propria salvezza, lasciando aperta la relazione in cui ciascuno continua a essere modificato. Il corpo garantisce questa apertura con una semplicità difficilmente aggirabile: dipende dal mondo e dal tempo che lo attraversano, anche quando la filosofia tenta di costruirgli intorno la disciplina più severa.

Eros, desiderio e affezione rende dunque difficile continuare a raccontare la filosofia antica come guerra della ragione contro le passioni. Il desiderio partecipa alla conoscenza, il piacere entra nella formazione dell'uomo ed Eros può aprirlo a ciò che non possiede, senza obbligare ogni desiderio a imboccare la scala verso il Bello. Il problema comincia quando la formazione degli affetti rischia di trasformarsi in programma di governo o quando la loro forza viene spostata dal corpo verso un ordine eidetico che dovrebbe conferirle fondamento. Il corpo apprende, cambia abitudini, modifica persino il proprio modo di provare piacere; conserva però una quota di indisponibilità che impedisce alla ragione di identificarsi con il padrone di casa. È in quella zona che un desiderio inatteso e un piacere non previsto, se non un amore arrivato fuori programma, continuano a insegnare qualcosa sull'uomo che nessuna educazione aveva già scritto.

Scheda libro

Titolo: Eros, desiderio e affezione. Prospettive filosofiche dalla Grecia arcaica all'età imperiale
A cura di: Lavinia Peluso e Valerio Ricciardi
Editore: Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Press
Collana: Costellazioni
Anno: 2026
Genere: Filosofia / filosofia antica
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