Madre del respiro – Le poesie di Gabriella Cinti
Nel verso, l’invisibile diventa conoscenza e la memoria sfida il tempo. Tra mito, lutto e parola, una poesia che cerca nell’assenza la propria forza generativa.
L’immersione critica in questa straordinaria silloge si compie come un itinerario volto a scandagliare le profondità di una scrittura che rifiuta il compromesso con quanto v’è di contingente per farsi specchio fedele e intransigente dell’altitudine dell’assoluto. Muovendo dal fitto ensemble dei testi, la raccolta non si rivela essere un cenotafio del lutto o una maniera intimista di stampo elegiaco, bensì un trattato di visionaria Scienza dell’essere: sentiero iniziatico e metafisico in cui la parola non dipinge pedissequamente il reale, ma lo fonda, lo scompagina e sovverte per poi rigenerarlo attraverso la fucina implacabile della forma.
Sarebbe ingeneroso e fuorviante non riconoscere che la pietra d’angolo di questo «delubro» lirico è costituita dal complesso dispiegarsi fenomenologico della vista, della visuale o di più visuali, e della cecità mistica, che innerva di solennità i componimenti cruciali quali Madre del respiro, Sorriso di luna, Riflessi di nebbia, Mi riconoscerai e Luce e destino.
Nelle liriche, l’inferire empirico e ordinario – legato alla luce arrogante del giorno, al «gioco chiuso» dell’ordine fenomenico entro il quotidiano e alle lusinghe di una visibilità capziosa in quanto non penetrante – viene energicamente defalcato e superato. Quest’ordine dell’apparente e del perspicuo sembra quasi un ostacolo sulla via di una comprensione di ciò che lega la terra, anche la più ctonia, al cielo e a leggi imponderabili ma che urgono allo spirito.
L’io lirico chiama costantemente a sé una «splendenza senza visione» o un «invisibile» che richiedono lo scollinare dai sensi corporei per giungere a una verità più alta, superna. Per parafrasare Riflessi di nebbia, l’invito rivolto all’entità tutelare a dire ed esplicitare ciò che non si vede, per guidare dietro i colori e decifrare l’ellissi d’essere come arcana presenza, rovescia l’angolazione cognitiva e conoscitiva del pensiero apollineo occidentale: la conoscenza autentica non ha scaturigine nella luce abbacinante della rivelazione fulminea, ma in un buio fecondo, nelle nebbie e in ciò che è enigmatico. In altre parole, ciò che si offre alla visuale nell’immediato è apocrifo, in quanto è appena una scialbatura ingannevole dell’anima vera e più nascosta del mondo. Così, la vista si interiorizza fortemente, facendosi «retina arcana», o diaframma rivelativo, capace di decrittare i segni di un’assenza che è, al tempo stesso, la forma più alta, totalizzante e inesauribile, di una presenza seminale che persiste e sussiste.
La conoscenza autentica non ha scaturigine nella luce abbacinante della rivelazione fulminea, ma in un buio fecondo, nelle nebbie e in ciò che è enigmatico.
L’occhio (poetico e della mente), dunque, cessa di guardare il mondo quale paesaggio esterno per volgersi alla memoria e all’altitudine vertiginosa del sacro, esplorando i recessi di un paesaggio interiore dove visibile e invisibile si fondono in un’unica percezione o sintomo rivelatore. Come in Elogio dell’ombra (Elogio de la sombra, 1969) del grande Borges, in cui il poeta faceva cenno al filosofo greco Democrito di Abdera, il quale, secondo quanto tramandato dalla tradizione, si sarebbe accecato per poter pensare meglio ed estraniarsi dalle apparenze, anche qui la vista esteriore non ha lo statuto di senso privilegiato, ed è l’occhio interiore, guidato dal nous, che si concentra sugli archetipi, sui miti, sull’infinito e su emblemi universali. Ciò che si schiude alla vista dell’occhio della mente è quasi ineffabile; in questa tregua perenne dalla vista esteriore, tutto si concentra su prospettiva e profondità interiori né adulterate né violate, passate infine al setaccio del buio: fondale appropriato di un pensiero e di una poetica evocatrici dell’anima quale matrice assoluta e incorruttibile di memoria e immaginazione, transito intimo che non perde il proprio punto di fuga proprio perché non irretito dalle urgenze e dal chiasso del senso visivo.
Parallelamente a questa rifondazione dello sguardo, la dimensione temporale è soggetta, all’interno della raccolta, a una distorsione che merita di essere presa in esame nella sua complessa struttura.
Va detto che il tempo cronologico, lineare, neutro e irriducibile – quello dei «bipedi smarriti / formiche dell’universo» descritto con tagliente lucidità in Tre del pomeriggio: posso ancora pensare l’infinito – viene soppresso, sospeso e rovesciato da una temporalità verticale che sa di eterno. L’autrice muove abilmente le fila di una contrazione e dilatazione dei contesti e della loro collocazione temporale: il passato memore non è mai un passato antiquario, ma una forza viva, agente, figlia quasi di un vitalismo bergsoniano, che opera nel presente, mentre il futuro si oblitera e consuma nell’epifania folgorante dell’istante.
Liriche quali Il fuoco, il tempo e tu che lo governi, La prima notte di luce e Sapevo mostrano come il tempo possa essere letteralmente piegato come ferro ardente o intersecato e rifratto attraverso il diedro del lutto e della speranza, giungendo a quella «regalità d’istante» in cui l’eternità addimora perfettamente nel dettaglio più infimo e apparentemente insignificante del reale. All’interno di questo orizzonte, l’io poetico si fa depositario di una «memoria parlante» che, come emerge nell’omonimo componimento, sa attingere alla «musica bianca / dell’antica poesia» per avversare vittoriosamente la «nudità disadorna dell’inespresso». La memoria diviene il vero e proprio architrave ontologico dell’essere, il solo spazio in cui i frammenti sparsi e giustapposti della deriva esistenziale possono trovare una ricomposizione armonica, integrata e definitiva.
La memoria, però, non è un a priori categorico, ma un tessuto vivo e pulsante di vita, non un cimelio, ma l’occasione trasformativa di porla in essere al di là del limine del tempo che l’ha definita tale, quando diviene memoria e creazione nel medesimo plesso. Altri autori come Proust o Nabokov esplorano questi aspetti da angolazioni differenti, ma tutti e due secondo una sorta di fusione di memoria e atto di creazione. Se in Proust un’improvvisa epifania sensoriale non rievoca un passato fioco e sbiadito, ma lo risuscita in un presente extra-temporale, fondendo ieri e oggi nell’esperienza di un attimo «felice» che li riunisce con straordinario vivore in un incontro armonioso e fertile, rivelativo e rifondante, tale da eludere il flusso distruttivo di un tempo sterile e lineare, in Nabokov il ricordo diventa una sapiente orditura le cui geometrie intercettano corrispondenze e rime arcane lungo il corso di un’esistenza, dislocando la linea temporale dal suo calco meramente empirico ed evenemenziale, per riscattare le perdite reali con la bellezza e il rigoglio dell’arte. La memoria cessa così di essere un semplice riflesso di «ciò che fu» e si rivela un’energia potenziale e generativa: un atto puro di creazione con cui l’uomo strappa l’esperienza alla macina implacabile del tempo per porla in essere come verità eterna e inconsumabile.
La memoria cessa così di essere un semplice riflesso di “ciò che fu” e si rivela un’energia potenziale e generativa.
La Cinti sembra aderire a queste visioni con forza plastica ed estro evocativo felicissimo.
Anche il disegno spaziale risponde a questa logica di superamento dei confini fisici attraverso un doppio e complementare paesaggio che richiede di essere messo in luce in modo puntuale. Da un lato, la raccolta si muove lungo linee ascendenti e discendenti che collegano (e pongono in dialogo costante) terra e cielo, il microscopico e il macrocosmo, in un moto incessante: si pensi alla richiesta formulata in Madre del respiro di spalancare «l’infinito nel più piccolo / dei granelli», o alla tensione spirituale di cui vibra Attraversare la luce. Dall’altro, la silloge si dispiega in una cartografia orizzontale che attraversa luoghi reali, geograficamente definiti e carichi di densi riverberi culturali ed emotivi. Vi sono, ad esempio, le suggestioni mitteleuropee e nordiche di Berlino in A nord del tuo ricordo, dove i salici piangenti sulla Sprea e l’ospitalità vegetale offrono un’alcova di quiete meditativa al pensiero dell’amato; così come si aprono, altrove, le corrusche, aspre e solenni visitazioni mediterranee (Verso Tunisi, Sul Mediterraneo, Dopo Tunisi). Questi spazi non rispondono mai a semplici fondali descrittivi o bozzetti paesaggistici di stampo fedelmente figurativo, ma funzionano come precisi correlativi oggettivi degli stati d’animo: l’acqua marina agisce come sanatrice, la sabbia invisibile e la nebbia operano come agenti trasvalutativi dell’assetto di un’anima, tali da mondare l’interiorità dalla «riarsa palude» dell’inespresso, definendo il perimetro mutevole e inquieto di un’identità in perenne metamorfosi tra perdita e riscatto.
Un ulteriore livello di scandaglio, che nobilita l’intera orditura poetica, riguarda la fitta trama di rimandi mitopoietici e la costante riflessione «metapoetica» sulla natura, sulla potenza e sui limiti del linguaggio. Numerosi componimenti – tra cui Memoria parlante, Ti scrivo, Dettami la vita e Chiamata – calano al centro del discorso l’atto medesimo dello scrivere, del nominare la parola e del custodirla. La parola non coincide con il proprio perimetro semantico, ma lo eccede in qualche modo e non è mai data per scontata né assunta con leggerezza; è costantemente minacciata dall’afasia, dal «buio muto che rapina la vita» e dal rischio costante di scivolare nelle sabbie mobili dell’inarticolato. Di fronte a questo pericolo di dissoluzione ontologica, la poetessa oppone la scommessa (sovversiva soprattutto nella depauperata realtà odierna) sulla parola-lampo, sulla capacità del verso di farsi «monolito di salvezza». Scrivere significa compiere un supremo atto di resistenza esistenziale: «pronuncio il tuo vuoto / e lo scaldo di nomi». Questa operazione si nutre profondamente anche di archetipi atavici, come l’evocazione struggente di Osiride in Il fuoco, il tempo e tu che lo governi, dove si legge: «Dio delle stagioni, / ascolta le parole, farfalle provvisorie / tornate a settembre a seminare l’insperabile, / a ritessere il corpo d’amore indiviso, / il tutto stellato, nostro indivisibile anello.» Qui l’integrità del corpo si fa forma e colore e si ricompone come in un rito di rinascita alieno allo sciupio di ciò che non è memore e attento tesoriere di vita intera e indivisa, come il sorriso salvo da ciò che è divelto.
Sul piano formale, strutturale e ritmico, si assiste alla cristallina coerenza di una dicitrice che rifugge il fingimento esornativo, il dettaglio déco o il languore patetico e la sterile effusione elegiaca, per tendere con ostinazione sapiente all’essenzialità numinosa dell’immagine. La silloge elegge a proprio baricentro un verso libero dall’andamento sovrano, ove la trama fonica – innervata da una fitta tessitura di allitterazioni, assonanze, attriti dissonanti e rime ipogee – si fa corpo e «pneuma» pulsante del testo. La sintassi, cui presiede una rigorosa paratassi e che risulta franta da audaci enjambement – indirizzati a contrarre il respiro metrico –, imprime alla pagina un ritmo oscillatorio e flottante, traccia di una riproduzione icastica ed esatta delle oscillazioni aeree, della dynamis del vento e dell’impalpabile battito d’ali che abitano la partitura poetica. Lungi dal ridursi a mero orpello o a trito esercizio di stile, le metafore scaturiscono da cortocircuiti analogici di fulminea cogenza (ne siano specimen l’«acquario dei giorni», la «musica bianca dell’antica poesia» o il «nulla di vischio»), a suggello definitivo di una visione in cui l’atto poetico si palesa quale supremo esercizio di intelletto e soteriologia: un viatico, deputato a traghettare l’umano oltre l’abisso della privazione, sino al crinale più intimo e trasfigurato dell’assoluto.
Scheda libro
Titolo: Madre del respiro
Autore: Gabriella Cinti
Editore: Moretti & Vitali
Collana: Le forme dell’immaginario
Anno: 2017
Pagine: 160
Prezzo: € 15,00
ISBN: 9788871866826
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Massimo Triolo (1977) è scrittore, giornalista e artista del disegno. Tra le sue più recenti sillogi poetiche: Trilogia dell’estasi (2019); Due ali di fiamma (2020); Le forme del visibile (2020); Nero (2021). Ha pubblicato i romanzi Innocenza e altre deviazioni (2020) e Luce della mia tenebra (2021) e la raccolta di racconti gotici Raso rosso. Racconti e visioni (2021). È comparso con sue liriche nel prestigioso “Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea” (2018 e 2022). Ha vinto e ha menzioni di merito in numerosi premi letterari a carattere nazionale. Collabora con la rivista culturale “Pangea”, con “Teatro contemporaneo e cinema” e con “Il Borghese”. Sono comparsi articoli a sua firma su quotidiani nazionali tra cui “il manifesto”. Ha condotto programmi culturali su diverse emittenti radio.